Sulla Torre dei Beati, tra le colline d’Abruzzo

Vigne pecorino Torre dei BeatiUna visita molto desiderata, sospinta da curiosità e interesse verso una cantina che fa parlare molto bene di sé, perseguendo quella che è la sua filosofia, e non le mode del momento. Siamo riusciti a strappare un incontro prima che il proprietario provasse a prendersi qualche meritato giorno di vacanza, e grazie alla sua grandissima disponibilità mercoledì alle 9:45 eravamo nelle sue mani, pronti a visitare la cantina di Torre dei Beati, sperduta tra le colline di contrada Poggioragone, nel comune di Loreto Aprutino (PE). Il signor Fausto ci mostra subito gli impianti in cantina, i soliti tank d’acciaio a doppia parete con refrigerazione per il controllo della temperatura, qualche barrique francese in attesa di riempimento, ma quel che ci propone invece come fiore all’occhiello, ed è la prima volta che incontriamo, è il tavolo di selezione. Una macchina sulla quale l’uva, rovesciata dalle cassette, scorre sotto l’occhio di selezionatori, che decidono cosa destinare o meno alla vinificazione, in modo da governare al meglio l’uniformità della maturazione, step ulteriore oltre alla vendemmia in più passate (fino a 5-6) con selezione solo dei migliori grappoli, lasciando in pianta quelli che necessitano ancora il contributo della natura per arricchirsi e donare il meglio delle proprie sostanze.

Grappolo Pecorino Torre dei BeatiRisulta evidente dalle tecniche utilizzate il perseguimento di una qualità elevata a tutti i livelli, che si traduca in vini puliti, equilibrati e capaci di trasmettere vitigno e territorio. Altra peculiarità della tenuta è la coltivazione in regime biologico, senza l’utilizzo di prodotti di sintesi in vigna. E ci pace il punto di vista di Fausto, che ci racconta come in realtà nel vino non si rilevi grande differenza di residui “chimici” dovuti ad esempio a trattamenti con anticrittogamici e simili, anche per il fatto che l’uva subisce delle trasformazioni chimico-fisiche durante la fermentazione e i successivi passaggi (filtrazioni, affinamento, eccetera). E allora perchè il biologico? La sua scelta è più che altro per salvaguardare la terra e il suo equilibrio, che l’uomo da decenni sta massacrando immettendo quantità storicamente inusitate di sostanze chimiche che impoveriscono i terreni, minacciano la biodiversità e il naturale equilibrio della natura visto come un ciclo inscindibile di flora, fauna, clima e ambiente. Questa visione rende a mio modo ancora più apprezzabile lo sforzo di queste persone che credono nel biologico e lo portano avanti innanzitutto per la tutela ambiente e del futuro delle prossime generazioni. A riprova anche l’orto di famiglia, che fa scena di sé davanti al portico antistante la sala degustazione, dove le colture sono tutte distribuite in maniera ridondante per garantire la produzione anche a fronte di inevitabili attacchi parassitari, dei quali Fausto ci narra l’aneddoto di insetti amanti delle patate, che varie volte si sono trovati ad estirpare manualmente uno ad uno dalle piante.

Barriccaia Torre dei BeatiPrima di assaggiare i vini facciamo un salto in barriccaia, dove riposano le botticelle di rovere francese di Allier. Anche qui non si tratta di una scelta commerciale, in quanto ci spiega che si ottengono ottimi legni anche da tante altre zone del mondo, ma i bottai francesi sono quelli che senza dubbio sanno fornire materiale con la migliore ripetibilità, a fronte della grande esperienza e delle materie prime provenienti da foreste catalogate e selezionate da secoli. Questo ovviamente si traduce in una ripetibilità dell’impronta data ai vini, che chiaramente negli anni deve mantenere una linea che permetta al consumatore di riconoscere il gusto cercato. Per la cronaca nelle batterie della cantina sono presenti anche tonneau in rovere di slavonia e barrique di acacia, utilizzate queste ultime per “esperimenti” su trebbiano e pecorino, per le partite atte a divenire “Bianchi grilli per la testa”.

Trebbiano Bianchi Grilli per la testaE’ proprio dal Trebbiano con la suddetta etichetta che incominciamo la nostra degustazione, seduti sotto l’ombroso portico in compagnia di Fausto, che ci racconta brevemente i vini e lascia ai nostri pensieri la degustazione, senza influenzarci con l’anticipazione di cosa dovremmo trovarci nel calice. L’unica suggestione è la sua preferenza per valorizzare il frutto e il carattere varietale dei vitigni.

Il suo Trebbiano 2011 esce solo ora dopo aver trascorso qualche tempo in legno d’acacia, dove resta sulle fecce e subisce battonage per arricchirsi e acquistare estratto e resistenza al tempo. Come indicato anche in retroetichetta è una interpretazione personale di un bianco tradizionale, che ci convince per pulizia ed equilibrio. Al naso in risalto note floreali e fruttate con l’impronta del legno presente ma ben inserita, e assolutamente piacevole anche al palato dove non stona ma accompagna il persistere degli aromi del vitigno, su quali si inserisce una giusta vena sapida, figlia della nota minerale avvertita anche all’olfazione. Un vino di medio corpo (12%), con buona spalla acida, sicuramente interessante su cruditè di pesce.

Pecorino Giocheremo con i FioriSecondo campione è il Pecorino 2012 Giocheremo con i Fiori, inconfondibile per l’etichetta che riporta un disegno della figlia di Fausto, immagine naif di grande impatto, che prelude alla gioia che questo vino è capace di offrire. Paglierino chiaro e vivace, con qualche sprazzo verdeggiante, e intenso naso carico di profumi, che spaziano dalla pesca agli agrumi, con soffi floreali e cenni di erbe aromatiche. Non finisce di regalare sensazioni odorose, complice l’aria calda dell’ambiente che ne innalza presto la temperatura ma ne apre gli effluvi. In bocca è intenso, fine ed elegante, lungamente persistente protratto da un instancabile equilibrio dove una ricca morbidezza è sorretta da un intreccio di sapidità e freschezza che ne garantiscono grande bevibilità e altrettanto buona capacità di stare ancora in bottiglia per regalare nuove sensazioni tra qualche anno. 14% e non sentirli affatto.

Quattro ettari e mezzo sono impiantati a Pecorino, presto in ampliamento su un fazzoletto di terra esposto a nord, segno di quanto Fausto creda nelle potenzialità di questo vitigno. E i risultati gli danno ampiamente ragione.

 

Cerasuolo Rosa-aeScalino intermedio prima di passare ai rossi, col Cerasuolo Rosa-ae 2012. Colore stupendo, cerasuolo con bei riflessi rosseggianti, e ricca consistenza nel calice. Naso delicato e fine, giocato su rosa canina, fragoline di bosco e lamponi freschi. Abbastanza fresco ma la sua caratteristica è più la morbidezza, con una media persistenza sorretta anche da discreta sapidità.

Arriviamo dunque al clue della produzione, con i Montepulciano d’Abruzzo (stavolta solo in rosso). Primo esemplare la versione “base”, 2011, che passa in acciaio quindi parte in tonneau e parte in barrique di varie età, dove il legno regala ossigeno a un vino che Fausto dice soffrire facilmente la riduzione, e che il passaggio in legno aiuta a esprimersi al meglio. Se la memoria non mi inganna sono ben 16 i mesi di legno per questo vino che di base ha forse poco, se confrontato, con altri prodotti sul mercato, se non il prezzo. Colore intenso e vivace, dove poca è la trasparenza e tanto l’estratto. Naso intenso e pulito giocato sul frutto, ciliegia sotto spirito e prugna sciroppata, con scia speziata e nota di violetta a a tratti primeggiante. Riempie la bocca ma scorre bene grazie all’ottima spalla acida, intriso di un tannino presente ma già rotondo e appagante. Indugia sugli aromi fruttati con buona lunghezza. A mio avviso un ottimo affare.

Montepulciano Torre dei Beati Cocciapazza 2010 Torre dei Beati

Entriamo sui due vini di punta, primo il Cocciapazza 2010, sempre Montepulciano, vinificato in acciaio (tutti i vini sono vinificati in acciaio) e poi passato in barrique nuove per 20 mesi. Stessa sorte per il Mazzamurello. Il vino è lo stesso. Stesse vigne, stessa raccolta, medesima vasca di vinificazione, ma il prima è ottenuto dalla parte di vino spillata dalla parte superiore del tino, più limpida, mentre il Mazzamurello viene dalla parte più torbida e ricca di fecce, che in affinamento in legno vengono rimescolate con la tecnica del battonage. E’ uno di quei giochi che mi piace molto, che appaga alla prova dell’assaggio. Il Cocciapazza 2010 è più austero, con profumi “scuri” di radici di liquirizia, sottobosco, frutti rossi e neri, speziature di ginepro. Impatto elegante in bocca, dove l’equilibrio è anche qui padrone. Tannino morbido, sapidità, ottima componente di freschezza, lungo finale pregevolmente amaricante.

Fausto ci fa chiudere in bellezza versandoci nei calici il Mazzamurello 2007 da Magnum fortunatamente sopravvissuta alla serata precedente, dove era stata stappata per gli agenti di vendita.

Mazzamurello 2007 Torre dei BeatiIl colore anche qui è un rubino impenetrabile e denso, quasi leggermente velato, ma dai vividi riverberi che appena ammiccano al granato. Il naso è ricco e cambia il registro: le note si fanno più dolci, di confetture di ciliegie e amarene, poi spezie a non finire, con pepe nero, cannella, liquirizia, cioccolato al latte, richiami di tabacco, cera, e ad ogni olfazione una nuova nota, ora l’eucalipto, ora la rosa, ora una nuova spezia. Sorso dotato ancora di invera freschezza, con rotondità, tannino di seta, alcool sempre perfettamente intrecciato alla struttura, gli aromi si masticano a lungo.

Allontanandoci dalla cantina, dopo i doverosi acquisti e gli ultimi scambi di battute, percorriamo i tornanti verso i monti del parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, mentre in bocca tornano aromi di confetture di amarene e lamponi, e ancora non possiamo smettere di gioire dell’incontro con Fausto Albanesi, fantastica persona e grandissimo produttore.

 

PS: ultime curiosità, il nome della cantina è riferito alla Torre dei Beati rappresentata nell’affresco del Giudizio Universale, riportato nel retrofacciata della Chiesa di Santa Maria in Piano di Loreto Aprutino.

Affresco Torre dei Beati

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