Il Barbaresco di Treiso

Nella seconda serata con Francesco Falcone alla scoperta del Barbaresco si fa il punto sul comune di Treiso (al quale si annette una frazione di Alba, San Rocco Seno d’Elvio), che con Neive e Barbaresco costituisce il territorio della denominazione. Rispetto al comune da cui la DOCG prende il nome, le zone di Treiso producono vini tendenzialmente più nervosi e sottili, che possono diventare rustici o estremamente eleganti, a seconda della capacità di chi li lavora, nonché anche per via delle annate.

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Ciò è dovuto ad altitudini medie più alte che a Barbaresco (dove troviamo vini più tannici e carnosi) e sorì maggiormente esposti ai venti, anche freddi, che avvicinano le condizioni climatiche a quelle dell’Alta Langa. Qui i migliori appezzamenti si dispongono quindi a mezza costa, e non nella fascia più alta delle colline, proprio per via di questa eccessiva esposizione, e le vigne migliori sono quelle con esposizione sud e sud-ovest.

Le differenze tra i comuni della denominazione si leggono anche in termini quantitativi. Barbaresco è l’area più ridotta, circa 760 ha, ma di cui 334 vitati, e oltre i due terzi (240 ha) occupati a nebbiolo da Barbaresco, che si può qui classificare con ben 25 menzioni aggiuntive.

Sommando Treiso e S.Rocco complessivamente le vigne impegnano 530 ha, ma solo 244 sono a nebbiolo, con 20 sottomenzioni.

Ampia l’area vitata di Neive, ben 1000 ha, di cui però solo un quarto a nebbiolo, mentre aumenta la presenza di moscati. 21 le menzioni aggiuntive del Barbaresco.

Per quanto riguarda i terreni quello di Treiso è costituito principalmente dalla Formazione di Lequio, consistente in substrati di arenarie con inserzioni di marne siltose grigie; in pratica terreni più magri e rocciosi rispetto a quelli di Barbaresco e pare di Neive, dove predomina la Matrice di Marna di Sant’Agata Fossili, composta da marne argillose e sedimentarie, di epoca Tortoniana.

Nella zona di Treiso lavorano 27 produttori, che lavorano su un territorio che si divide idealmente in due settori, quello settentrionale, meglio esposto e più affine a Barbaresco, e quello meridionale, che presenta esposizoni peggiori e clima più fresco e ventilato, e di fatto si presta maggiormente alla coltivazione di vitigni “meno nobili” e noccioleti.

Per meglio apprezzare l’espressione dei diversi cru e l’anima dei produttori che la interpretano il mezzo è la degustazione, e questa ne è la sintesi.

Vallegrande 2009 – F.lli Grasso. Cru disposto tra i 270 ed i 400 mslm, capace di dare vini abbastanza carnosi ma di non lunghissimo orizzonte. Questo si presenta di un rubino che accenna al granato, trasparente e consistente, con profumi eleganti, di tabacco da sigaro, fragole in confettura, caffè, humus, cenni di radici e di fiore viola, con nota minerale metallica. Assaggio di intensa freschezza che si palesa assieme a un buon calore, sottesi da un tannino fine e appena sabbioso, ma poco invadente. Finale di media sapidità, abbastanza lungo su mandorla e tabacco ma non troppo espansivo al palato.

Montersino 2008 Noemy Vigin. Dalla fascia più alta (fino a 400m) di questo ampio Cru, di circa 81 ha. I toni sono quelli di un rubino con riflessi ancora porpora, di buona densità cromatica. Al naso snetori erbacei, poi vaniglia e viola, cipria, more mature e un cenno etereo. In bocca esplode con calore, buona freschezza, poi arriva la sapidità quasi metallica, che si trascina ricordi di caffè robusto. La beva c’è, e chiude su un frutto nero dolce, un po’ offuscato dall’impronta del legno, che lo mortifica un po’. Stile “nuova scuola”.

Bricco di Treiso 2009 – Pio Cesare. Fazzoletto di 30 ha disposto nella fascia alta del crinale del Nervo, a quote fra 340 e 405 metri. Questo vino approccia il naso con ritrosia, chiuso su una nota di gomma, poi libera lampone in confettura, un cenno di riduzione, una nota erbacea e un tocco di pellame animale. Assaggio percorso da freschezza, calore buono, ma tannino rugoso, fattezze un po’ rustiche, chiusura un po’ greve, su legno e gomma.

Bricco di Treiso 2004 – Pio Cesare. L’olfatto si ingentilisce con qualche ricordo più nitido, non offuscato da odori scuri, ed emergono un po’ di tamarindo ed agrumi rossi. Al palato mostra ancora una faccia rude, con sostanza ma tannino polveroso e chiusura poco nitida, di media persistenza.

Valeirano 2011 – Ada Nada. Cru tra i più ristretti, con 21 ha totali, di cui questa cantina lavora la zona più di fondovalle della fascia tra 240 e 310 metri. Questo campione è frutto di un’annata piuttosto equilibrata, e si presenta di colore rubino scarico, ben trasparente, e con riflessi granati. Al naso offre un bel mix di frutto rosso e fiore, miele e foglia di tè, con una punta di riduzione e una vena animale. Attacca la bocca con buona decisione, con tannino abbastanza fitto e centrale, caldo, senza note amaricanti ma poco dinamico, con note evidenti dovute al legno, che anche in questo caso ne rovina un po’ la chiusura.

Valeirano 2004 – Ada Nada. Lavorato dalla precedente generazione, presenta subito un impatto olfattivo non pulito, con nota salmastra, cicoria, terra e spunti medicinali. Anche in bocca non si esprime a pieno, con beva agile e finale amaricante, tannino un po’ più dimesso rispetto al fratello più giovane, e impalcatura più grezza.

Rombone 2010 – Fiorenzo Nada. Menzione estesa su una fascia ampia, di circa 47 ettari, tra i 190 ed i 315 m, ma di cui solo pochi ben esposti, con faccia a sud e sud-ovest, capace di dare vini potenti e austeri, “ingrassati” dai sottosuoli marnosi e dal climat più riparato dai venti. Al colore colpisce con rubino trasparente e vivace, che promette bene. Al naso invoglia, con prugne sciroppate, fiori scuri, ribes nero e mirtilli, poi sfumature di cuoio e spezie dolci. All’assaggio mostra giovinezza, con freschezza in primo piano, tannino fine ed elegante, chiusura dura e leggermente metallica, con note di legno e cuoio in evidenza. Meglio al naso, si spera assorba parzialmente l’impronta del legno con l’affinamento, ancora di buona gittata.

Rombone 2005 – Fiorenzo Nada. Un’annata spesso da interpretare, non felicissima, con molte piogge, caratterizzata spesso da alte acidità. Qui il colore è fitto indice di un lavoro volto all’estrazione e alla concentrazione, in un’annata che poco aveva dato sulle uve. Il risultato però non è dei migliori, con note di medicinale, straccio bagnato e terriccio, con note di frutto scuro ma sottese a odori non proprio gratificanti. Assaggio scomposto, con finale animale e verde, con acidità scorbutica, tannino corto e rugoso, che irrigidisce la bocca. Esce tra mille difficoltà un ricordo di amarena.

Rombone 2003 – Fiorenzo Nada. Annata bollente, che riempie questo vino di un fitto colore rubino. Naso giocato su note di dattero, fichi secchi, ciliege in alcol. Al palato si ferma su un tannino legnoso, con calore ma poca componente glicerica ad amalgamare il gusto, che chiude su un finale boisè dal quale emerge un po’ di fruttato di ciliegia.

Nervo 2010 – Rizzi. Sottozona di 21 ha, dislocati fra i 230 e i 360 metri, con vigne esposte tutte verso sud. Un perfetto anfiteatro naturale dove storicamente si coltivano anche buone espressioni di dolcetto. Dalla cantina della famiglia della Piana apprezziamo questo campione, di tinta rubino con accenni granati, di bella consistenza. Il naso si articola in maniera interessante, su note di tamarindo, arancia rossa, mineralità ematica, foglie di tè, terra, fiori di viole e un bel balsamico di liquirizia nera. Al palato si distende elegante e profondo, sospinto da viva freschezza, con calore perfettamente in amalgama, tannino puntiforme e piuttosto fitto, lungo ricordo di liquirizia.

Nervo 2009 – Rizzi. Annata calda, come detto. Il colore aumenta le sfumature granate, gli aromi si fanno più dolci, un po’ meno espressivi, ma con ricordi di pepe nero e anice. Il tannino è più ricco ma meno raffinato, il calore si espande maggiormente, come la morbidezza. Pieno e avvolgente, con ricordi di tè.

Pajorè 2009 – Rizzi. Ancora stessa annata ma da uno dei cru più prestigiosi, posizionato tra i 210 ed i 340 mslm, con ben 42 ettari, ma solo 2 sono imbottigliati con la menzione Pajorè, perchè il restantè è prevalentemente di Gaja, che non lo vinifica in purezza. Il vino nel calice esprime un ventaglio complesso, di lavanda, mirtilli, in grappa, rosa conft, liqurizia, un tono di carne e uno di liquirizia. Corpo ben strutturato, con calore e altrettanta freschezza, tannino fine, bella espressione di bocca dove perdura a lungo con ritorni balsamici. Armonico e completo.

Pajorè 2006 – Rizzi. Ancora più affascinante al naso, più sottile ed elegante, con note di confetto, rosa essiccata, frutti rossi e neri, note balsamiche e minerali. Al palato è però più duro, affilato, con meno calore e morbidezza, più verticale e snello, con ricordi anche salmastri. Da attendere più a lungo, ma di grande eleganza.

Con questa panoramica abbiamo potuto apprezzare le diverse cifre stilistiche e le scelte dei produttori, che hanno saputo tradursi in grandi esempi di completezza ed eleganza, come Rizzi, o in vini meno fortunati e incoerenti, nei casi in cui l’anima difficile del nebbiolo non è stata assecondata, con pratiche di cantina poco attente o eccessivo uso di legni tostati. Resta comunque fondamentale l’impronta dei territori, che modificano il profilo del nebbiolo modulandone la struttura, insieme al fattore annata, sempre da considerare.

Con l’ultima serata si scopriranno i Barbaresco di Neive e si chiuderà il cerchio su questa denominazione, considerata da alcuni minoritaria rispetto al più celebrato Barolo, ma capace di offrire vini di estrema qualità, capaci di emozionare.

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2 pensieri su “Il Barbaresco di Treiso

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