Neive, terra di Barbaresco

Abbiamo scoperto come il Nebbiolo diventi Barbaresco nel comune che gli dà la denominazione, appunto Barbaresco, e a Treiso. Manca quindi solo Neive a completare il quadro dei comuni deputati alla produzione di questo nobile vino.

Il comune di Neive vanta 250 ha coltivati a nebbiolo da Barbaresco e 42 cantine sulle 107 totali della DOCG. È un territorio ampio che conta 20 menzioni geografiche con caratteristiche che a nord si avvicinano a quelle dei cru di Barbaresco, nella zona sud ammiccano al Monferrato, cosa che fa prediligere la coltivazione di Moscato e Barbera, più adatti alle peculiarità pedoclimatiche. Da ricordare che inizialmente Neive era esclusa dalla denominazione del Barbaresco, proprio perché considerata storicamente come zona meno vocata. Oggi c’è da dare ragione a chi l’ha voluta nel comprensorio della DOCG, e per farlo basta andare a curiosare tra i suoi Cru più prestigiosi, capaci di giocarsela alla pari con tante sottomenzioni di Barbaresco e Treiso.

Per quanto riguarda il nostro amato Barbaresco nel territorio di Neive si possono scindere tre macrozone principali, di cui citiamo i Cru tra i più rappresentativi:

  • nord, con Albesani e Gallina, confinanti e affini alla zona di Barbaresco. Il primo presenta terreni molto ben esposti nella fascia centrale, e nelle buone annate regala completezza in termini di profumi e profondità gustativa, il secondo è piuttosto ampio (52 ha) e nelle vigne meglio esposte dà vita a ottimi esemplari.
  • ovest, con Currà, zona bassa di buona mineralità, veloce evoluzione e sottigliezza tannica, Cottà, più irruento e incostante anche a causa di terreni con esposizioni molto variabili, e Basarin, zona ampia, che produce vini tendenzialmente più freddi e austeri, ed è famosa anche per l’ottimo Dolcetto di Giacosa di casa in questa zona.
  • est, con Serraboella, la zona più elevata della DOCG, caratterizzata da terreni grigi, tufacei e compatti, che portano a Barbareschi simili a Barolo, mentre Bricco di Neive ha terreni più sciolti, che si traducono in vini dai tannini più scoperti, sostenuti da minor “carne” e quindi più ruvidi, specie in gioventù.

La miglior prova per discernere e comprendere le differenze dei terroir è l’assaggio, sempre foriero di sorprese e interessanti spunti di riflessione, specie se condotta da appassionati esperti del calibro di Francesco Falcone, nostro tutor in materia.

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Barbaresco Cottà 2010 – Davide Vigin. Da vigne poste nella fascia centrale del cru, esposte a N-E, ben rappresentativo delle doti di Cottà. L’aspetto mostra un rubino dall’unghia granata, di buon spessore, e al naso è ricco e ben leggibile: cola, ciliegia, moka, vaniglia, prugna, un tono di pellame, poi fiori blu e chiude con note di liquirizia. Assaggio di intensa freschezza, che gli dà uno slancio verticale, con calore contenuto mentre il tannino è in rilievo, leggermente terroso ma diluito da un buon sostengo fresco-sapido. Piuttosto lungo con ricordi di pesca sciroppata, vaniglia e cola, lascia trasparire l’impronta del legno, ancora da integrare perfettamente.

20140326_002634Barbaresco Currà 2010 – Cantina del Glicine. Cru di poco meno di 23 ha, posto tra i 220 ed i 300 mslm, con esposizione prevalente a sud-ovest. Ques’azienda, che non disdegna l’uso di botti piccole, specie in seconda battuta, in questo caso predilige botti grandi da 13 hl. Impatto intrigante al naso, dipinto su toni speziati di cannella, anice stellato, radice di rabarbaro, scia floreale di rosa e lillà, cenni eterei di acetone, poi note di tabacco, cacao e olive, il tutto sospinto da una ricca folata di alcol, che si mostra anche al palato, dove impatta deciso, con tannino centrale e un filo ruvido, dal ricordo metallico, ma abbastanza profondo e lungo, con ricordi di foglie secche, fiore e prugna. Bocca piuttosto asciutta per il ricco connubio di alcol e tannino, sostenuto da giusta freschezza, che non comunque rimane tra le sue doti più in luce.

Barbaresco Albesani Santo Stefano 2010 – Castello di Neive. Frutto di una magnifica vigna esposta a sud, all’interno di un Cru speciale, considerato “tutto filetto”. La vigna Santo Stefano, piuttosto basso (200-250 m) e coperto dai venti, offre tutta la ricchezza dei suoi terreni, rimasti a gerbido (incolti) per circa 150 anni, prima di tornare ad essere vitati circa 60 anni fa, e con ottimi risultati. Il suo colore è un rubino molto scarico, brillante, e articolato e affascinante il suo bouquet, che spazia dai piccoli frutti rossi e neri in confettura e in grappa alla liquirizia dolce, dal toscanello al pellame, dall’agrume alla pesca bianca, con una folata fresca di eucalipto e origano. E nel bicchiere continua ad aprirsi, svelando rosa, pane tostato, spezie dolci e fine goudron. Palato preciso, di impeccabile freschezza, calore ben inserito e tannino pieno e piuttosto fine, con chiusura su frutti neri e ricordi metallici, con agrume e liquirizia. Eleganza, equilibrio e finezza. Un’ottima espressione, ottenuta con passaggio in botte grande di legno francese per 12 mesi, scegliendo in fase di vinificazione di effettuare solo il diraspamento (senza pressatura) e poi applicare intensi rimontaggi a metà fermentazione.

Barbaresco Albesani 2010 – Piero Busso. Stesso cru e medesimo millesimo ma la mano è diversa, di impostazione a cavallo tra tradizione e nouvelle vague, con scelte differenti a seconda dei cru. Il colore del suo Barbaresco è più fitto, e i suoi profumi estremamente complessi, con l’inserzione di note esotiche, dal cocomero al tè, poi fiori di iris e viola, radice di liquirizia, refoli freschi di salvia e menta, poi pellame, frutti rossi confit e sottobosco, con una leggera volatile che trasposta rimandi di smalto, rosolio, fondotinta, fine tartufo. Tornano al palato il cocomero e il fiore, insieme a mandorla, rosolio e una fine nota metallica, con bocca leggermente serrata, contratta dal calore e da un connubio fresco-sapido incisivo, con tannino ben rifinito, ma morbidezze da attendere con gli anni. Fuori dalla tradizione come gusto, ma di sicura attrattiva.

Barbaresco Serraboella 2010 – Fratelli Cigliuti. Affinamento che dal 2004 prevede 70% in botti grandi Garbellotto e 30% in tonneau di Gamba per il nebbiolo di questo cru orientale. Al naso spiccano note di cola e moka, percorse da un cenno di riduzione, ma esce bene in frutto di ciliegia e prugna in alcol, liquirizia, ginepro, cipria e talco, aromatiche di lavanda e rosmarino, e belle pennellate di caramella alla menta e fumè. Assaggio di ingresso intenso, un po’ verticale, che regala ricordi di rosmarino e frutto, con anche un tono di pompelmo. Tannino fine e vellutato, pienezza di struttura, in stile baroleggiante, con finale piuttosto lungo, solo ancora un po’ asciutto in questa fase.

Barbaresco Gallina 2009 – La Spinetta. L’azienda dei fratelli Rivetti lavora qui con sole barrique nuove, e lunghi affinamenti sur lie. E la scelta si palesa appena il naso entra nel calice e scopre note esotiche, di melone, fiori bianchi, tè verde, radice di liquirizia, note balsamiche dolci, di miele, e ancora il frutto rosso è quello del lampone, condito da pepe e ricordi di anguria. Intenso il suo assaggio, percorso da tannino fine e freschezza che delinea ottima beva e buon equilibrio, con lungo ricordo su frutti di bosco e tè alla pesca, un po frenato solo da qualche ricordo di troppo del legno.

Barbaresco Basarin Vigna Gianmatè 2006 – Fratelli Giacosa. Siamo quasi ai confini della denominazione, in un vigneto a cavallo del crinale che guarda il Monferrato, su terreni marnosi ricchi in argilla, esposti a sud/sud-est, dove i F.lli Giacosa hanno vigne piuttosto giovani , e lavorano con botti piccole, per un terzo nuove. Apre il suo ventaglio olfattivo con un bel mentolato netto, su cui si inseriscono pelle, propoli, maggiorana, fragoline e mineralità metalliche. Scivola al palato con grande beva, calore ben dosato, ricordi leggermente selvatici e saporita mineralità, lungo e di profilo fine ed elegante, caratterizzato da tannino levigato e di velluto. Chiude ricordando anche il sigaro. Bella interpretazione modernista.

Barbaresco Albesani Borgese 2004 – Piero Busso. Vigneto particolare nel pregiato cru Albesani. Qui Piero Busso ha voluto osare, e i suoi vigneti, posti a 320 mslm, vantano un’età dai 25 ai 50 anni, e una densità di circa 6000 ceppi/ha, pari al doppio di quella che è la media per i vigneti a Nebbiolo. Affinamento per 18 mesi in botti grandi di rovere di slavonia. Il profilo olfattivo si caratterizza con qualche leggera evoluzione ossidativa, con ciliege in confettura, sottobosco umido, bacche di ginepro, moka, sigaro toscano. Non si esprime pienamente al naso, ma è in bocca che dà il suo meglio, con viva freschezza, e aromi in sequenza, arrivando anche a liquirizia, cacao e succoso agrume. Il tannino è denso e finissimo, godibilissimo in tutte le sue componenti, di grande equilibrio e armonia gustativa.

Barbaresco Santo Stefano Riserva 2004 – Castello di Neive. Questo riserva nasce da selezioni in vasca, e non i vigna, prelevando le partite più promettenti per il più prolungato affinamento che porterà alla Riserva. Naso delineato da un profilo caldo, di frutti scuri maturi, more e mirtilli, quindi tocchi di pesca e ginepro, tabacco scuro e menta. Un alternarsi di ricordi caldi e sferzate balsamiche fresche, che conduce a un assaggio dove l’acidità è ancora danzante, il tannino è fitto, l’assiema cnor aun po’ duro, ma teso e lungo, con calore che regala ampiezza, con finale che vira al cioccolato. Ricco ma elegante, mai pesante, e dotato anche di bella sapidità. Grande persino il suo potenziale futuro.

20140326_002819Barbaresco Rabajà 1989 – Cantina Produttori Barbaresco. Un flashback alla prima lezione, tornando nel comune di Barbaresco, a riscoprire l’ottimo lavoro della Cantina Produttori, con questo rappresentativo esempio del territorio, cogliendo stavolta l’evoluzione sviluppata in circa 25 anni. Il colore è un granato che vira al mattone, di bella consisitenza. GLi umori parlano di umidità, humus, poi sangue (carne cruda), succo d’arancia rossa, note fumè, cenere e roccia vulcanica. Esaltante la sua penetrante freschezza, che si rincorre al palato con il tannino, fitto e puntiforme. Succosità e calore vanno a braccetto, in pieno equilibrio. Scia sanguigna, con ricordi di agrume, goudron, mirtilli e liquirizia. Vorrei invecchiare come questo vino.

Barbaresco Tettineive 1988 – Scarpa. Altro campione datato, da un Cru nell’area di Cottà. Al colore appare più giovane del precedente, con i toni del granato e qualche riflesso ancora rubino. Al naso sorprende con sprazzi minerali di pietra focaia e metallo, lucido da scarpe, poi esce ancora il frutto di ciliegia, quindi tè, camomilla, speziature di cardamomo, tamarindo, agrume di bergamotto, sigaro toscano e toni muschiati quasi da dopobarba. Al palato ha una spinta acida mai doma, un tannino abbastanza fine, appena polveroso, un perdurare lungo e vibrante, con ricordi di sangue e menta, con sapidità salmastra e toni agrumati a chiudere.

20140326_002516Per chiudere i giochi un confronto fuori denominazione, col fratello maggiore, il Barolo. Lo facciamo con il Barolo 2008 di Bartolo Mascarello. Il colore è un rubino denso e consistente, il ventaglio olfattivo si dispiega ampio e complesso di china, rabarbaro, agrumi, mandorle, mirtilli e ciliege maturi, fiori di rosa rossa, prugna sciroppata, e note speziate di cannella, chiodi di garofano e alloro. Al palato è intenso e piuttosto ricco, elegante e avvolgente, ma con fine leggerezza, tannino fitto e rotondo, vellutato. Incede a lungo con ricordi centrali di frutto, cui si sommano note di liquirizia, fiori secchi, lavanda e menta e una bella pepatura. La freschezza è salda, il tannino idem, tutto perfettamente integrato in un corpo non grassissimo, ma ottimamente espresso.

Non contenti ci scappa un confronto con qualcosa di diametralmente opposto, almeno geograficamente. Si va al sud, sulle alture del Vulture, a scoprire l’Aglianico del Vulture 2009 di Donato d’Angelo, traendo spunto da chi considera questo vino come il “nebbiolo del Sud“, paragone un po’ infelice in quanto questo vitigno non ha bisogno di paragoni per dimostrare la sua grandezza. E lo fa alla grande in questo caso, mostrandosi in tutta la sua gioventù nel colore rubino percorso di riflessi porpora. Ma il naso già parla di argomenti interessanti, come tartufo su prugne e ciliege, poi spezie, note torbate quasi da whisky, erbe mediterranee di origano e rosmarino, quindi cenni eterei balsamici e una rinfrescante scorza di limone. Vivo e giovane anche al palato, con spessa spina dorsale fresco-sapida, che regge perfettamente un alcol pienamente integrato. Ha un incedere elegante al palato, con ricordi di liquirizia e pieno sapore. Grande vino, degnissimo di stare al tavolo con i più grandi rossi piemontesi.

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