Benjamin Leroux, idee chiare in Borgogna

wpid-20140723_112242.jpgUna visita appassionante quella da Benjamin Leroux, enfant prodige dell’enologia borgognona: arruolato a soli 20 anni come chef de cave da Comte Armand, nel 2007 si mette in proprio, per produrre vini sia come recoltant che come negociant, acquistando circa l’80% delle uve che va a vinificare. Acquisti fatti con grande oculatezza, selezionando territori a lui graditi, interloquendo con vigneron che si mostrino disponibili ad abbracciare le sue idee, dato che Benjamin conduce le sue vigne in regime di agricoltura biodinamica, e cerca di portare anche i suoi conferitori sulla medesima strada. Metodi naturali, grande atenzione in vigna per monitorare la qualità delle uve, per avere uve sane e di alto potenziale, che possano fermentare naturalmente grazie ai lieviti indigeni e senza controllo delle temperature, che comunque restano tra i 14 ed i 23ºC. Ma non è un intransigente vitivinicoltore che vuole il recupero delle tradizioni tout court. Si affida anche alla tecnologia,  preferendo pompe volumetriche ai travasi manuali, l’uso di macchine in vigna per taluni trattamenti ed operazioni, ma mantenendo la scelta della raccolta manuale, con passaggio delle uve in camion frigo per conservarne l’integrità. Per la vinificazione sceglie prevalentemente di diraspare, ma con macchinari che lasciano gli acini interi, al fine di garantire una buona fase di estrazione intracellulare, che trasferisce dolcemente le sostanze dalle bucce alla polpa.

Benjamin ci porta in cantina, un ambiente nuovo e moderno, dove ai tank di acciaio del piano terra si affiancano le piece bourguignone dell’interrato, in formati dai classici 228 fino ai 500 litri. Nelle sue spiegazioni traspare tutta l’intraprendenza e la continua voglia di migliorare i propri vini e le sue capacità tecniche, di cui otteniamo una bella dimostrazione nella carrellata di assaggi 2013 che ci propone. Si parte con una serie di bianchi, tutti interessanti e convincenti, a partire dall’Auxey-Duresses croccante di frutti gialli, con fini speziature, di bella beva e fine equilibrio. Scritto sulle righe dell’eleganza il 1er Cru Saint-Aubin Murgers des dents de chien, rifinito di frutti dolci, agrume giallo, ginestre e mandorla, di lungo finale giocato tra sapidità e freschezza che prolungano un dolce frutto. Complesso e piuttosto ricco il Mersault, dove le note di frutti diventano tropicali, con una bella scia floreale di rosa e gelsomino e un tocco di zenzero; appagante nel suo finale dolce e saporito, innervato di freschezza.

benj-leroux-eticIl Puligny-Montrachet è ottenuto dalla cuvee di diverse parcelle, poste dalla fascia più bassa e argillosa alle coste più alte e rocciose, a ridosso della foresta. Vengono vinificate separatamente e poi assemblate. Anche qui impeccabile il risultato, giocato su note di arancia e mandarino, ananas, miele e sfumature tostate. Avvolgente e morbido l’assaggio,  con bel connubio fresco-sapido.

Si sale di livello con il Mersault 1er Cru Les Porusottes, da vigne di oltre 80 anni, che forniscono grappoli contenuti e dagli acini piccoli. Impatta al naso con ricordo minerale di pietra, poi fiori bianchi, ananas, cedro e pompelmo. Assaggio cui non manca nulla, potente ma elegante, morbido ma ben sostenuto, sferzato da un velo tannico, con mineralità gessosa e ritorni speziati di cardamomo.

Il Puligny 1er Cru Champs Gain torna su un corpo più snello, dove cslore e sale sono ben stemperati da una viva spinta acida, che protrae al palato i ricordi di camomille, spezie e selce, con toni di mandorla e pepe bianco.
Esemplare della classe di Benjamin è lo Chassagne-Montrachet 1er Cru Tete du Clos, un ex Monopole praticamente sconosciuto, ricco in argille, che questo acuto negociant ha voluto nella sua batteria. Appaga il naso con il suo ricco bagaglio di minerali, agrumi, banana, mango, pesca gialla, zenzero e cannella. Entusiasma al palato, caldo, sapido e potente, con profonda progressione, con tutto al giusto posto, per un lungo ricordo, fruttato, saporito e mai stancante.

batardPer farsi perdonare dei pochi rossi disponibili all’assaggio, a causa delle fermentazioni mallolattiche ancora in corso, preleva da botte un Grand Cru Batard-Montrachet 2013, dai profumi fini ed eleganti, ancora in via di definizione,  ma giocati su miele, ananas e refoli minerali, cui al dispiegarsi si uniscono vaniglia, limone, cioccolato bianco e una nota di nocciola. Di acidità sferzante,  ricco e saporito, si distende al palato, con grande spessore e un allungo dolce e infinito, che mostra come il potenziale del terroir, nelle giuste mani, faccia davvero la differenza.

Non pago, il nostro rampante enologo ci sottopone anche qualche rouge, sempre in anteprima da botte, cominciando con il Volnay 1er Cru Les Pitures, dai profumi intensi e netti di ibisco e rosa canina, ribes e mirtilli rossi, conditi di pepe. Il vino è da un paio di giorni travasato e solfitato, ma si lascia già apprezzare, con tannino ancora vivo ma rifinito, una freschezza vivida, un bell’allungo con finale di more e ritorni ammandorlati, finemente amaricante.

Segue il Gevrey-Chambertin 1er Cru Les Champeaux, con profumi centrati sul frutto rosso, contornato di spezia di pepe e cannella, e una scia di erba fresca. Anche in questo caso ci spiega come la scelta di diraspare o meno venga dalla condizione delle uve, ma in ogni caso si portano in fermentazione gli acini interi. Il risultato al palato è fine, pulito e croccante, con ricordi di lampone e discreta persistenza. Vino ancora in fasce.

wpid-20140723_111543.jpgTra le chiacchiere che accompagnano l’assaggio ci mostra l’ulteriore faccia della sua apertura mentale, raccontandoci della sua scelta di utilizzare anche tappi stelvin per i mercati d’oltreoceano, mantenendo invece la tradizione del sughero per l’Europa. Ci propone nel frattempo la degustazione del Grand Cru Clos Vougeot, Le Petit Maupertuis, sul quale quest’anno ha osato l’ennesima scelta tecnica di fare macerazione carbonica, quella che si utilizza normalmente per i vini novelli, o sui Beaujolais Nouveau per stare in Francia. Come ci si poteva aspettare al naso esplode di note fruttate fragranti, cui si aggiungono spezie e toni floreali. Al palato mostra un tannino piuttosto ricco e abbastanza fine, un corpo abbastanza ricco e una chiusura leggermente amaricante. Vino piacevole ma piuttosto “costruito”. Comunque un discreto assaggio, di cui sarà interessante valutare la fase evolutiva, vera incognita da scoprire.

Ultimo assaggio di botte con un suo cavallo di battaglia, il Grand Cru Clos de La Roche, dalla Cote de Nuit, un vino che non ha subito alcun travaso nè ne subirà fino all’imbottigliamento. Si mostra un po’ chiuso in effetti all’approccio olfattivo, poi si schiude lentamente mostrando caratteri leggermente erbacei, con note dolci di confetto e fiore viola, cannella e pepe, frutti scuri e una scia iodata. Il palato ne delinea un’idea più precisa, con rotondità di gusto, ricchezza dei tannini, ben cesellati, un corpo che mostra i muscoli e avvolge il palato, rilasciando a lungo sapore, con incedere scuro ma equilibrato, che chiude in un finale muschiato dove si intravedono cenni di liquirizia e mineralità tra il metallo e lo iodio. Il pinot nero in una espressione perentoria e nobile al contempo.

mitansIl gentilissimo e posato Benjamin ci delizia anche stappando una bottiglia, il Volnay 1er Cru Les Mitans 2010, che finalmente ci mostra appieno l’espressione dei suoi vini. Una paletta di profumi ampia ed elegante, con pepe, erbe mediterranee, un cenno di olive, frutti di mirtillo e lampone e una scia fine di pellame e radici. Al palato corre, con un tannino succoso e sapientemente scolpito, rintocca su note di caffè, nocciola, scivolando a lungo con una bella trama, in un progredire che non perde mai di vista il ricordo del frutto e del tocco pepato. La conferma che quanto assaggiato dalle botti non deluderà alla sua uscita in commercio.

Chiudiamo ringraziando Benjamin per l’accoglienza, stupefatti e quasi increduli per la continuità dei suoi vini, tutti ineccepibili e convincenti, ognuno corretta espressione del terroir di provenienza. Unica delusione per l’impossibilità di comprare direttamente in cantina, e ancora di più nello scoprire che sembrano non esserci distributori in Italia. Quindi cari wine-sellers dell’italica penisola, datevi da fare per portarci i vini di questo sorprendente produttore. Dopo un assaggio sarà quasi impossibile resistere all’acquisto.

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2 pensieri su “Benjamin Leroux, idee chiare in Borgogna

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