Serata Borgognona, tra fantasmi e assioli

L’ultima sera nella nostra temporanea residenza nel villaggio di Evelle, pochi km dallo Chateau du Rochepot, è trascorsa nella pace del giardino, consumando la stupenda pasta al pomodoro preparata da Giancarlo, e poi formaggi e accozzaglie non ben definite di carne (ovvero terrine tradizionali, meglio ribattezzate “troiai”), annaffiando il tutto con vino di alta qualità e non potevamo trattarci diversamente, se non altro per rendere giustizia al luogo che ci ospita, terra di vini eleganti, profondi, di innegabile pregio, con i suoi rossi leggiadri e sottili di Pinot Noir contrapposti ai bianchi ora rotondi ora taglienti da Chardonnay.

IMG_3490IMG_3492E così alterniamo l’eleganza tagliente e diretta dello Champagne Terroirs di Agrapart al Morgon, Pinot Noir un po’ selvatico di Marcel Lapierre, tornando in Italia col il Gaiospino 2002 di Coroncino, vero asso sui formaggi, come anche il Demisec Le Mont 2007, Vouvray di Domaine Huet, concedendoci anche un vino non più in produzione, per la scomparsa della cantina di Chateau de Tracy, il Beaune Les Crax 1995 di Chateau Germain, ancora scalpitante e di tannino un po’ irriverente. Sincero e diretto come il suo produttore.

Al giungere dell’oscurità solo le luci della nostra casa interrompevano il nero del paesaggio, in una collina che pareva fuori dal tempo e dal mondo. Davanti a noi una casa disabitata, abbandonata, ma ancora signorile e dignitosa come un Pinot Noir di vecchia data lasciato in un angolo della cantina; e come vino di razza era ancora viva, con suoi rovi carichi di more ancora verdi, l’albero di pere che accresceva i suoi frutti e le lumache che facevano capolino nell’umidità del mattino, sul suo muretto.

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Talvolta le chiacchiere tacevano, gli sguardi si perdevano tra le stelle, dono di un cielo finalmente terso e libero da nubi, e le orecchie accoglievano i suoni di una cicala e dell’assiolo, col suo “chiù” che pareva un richiamo extraterreste. Abituati al caos della vita quotidiana alcuni si inquietano, quasi schiacciati da questo silenzio, da quest’assenza di vita, questa solitudine imperturbabile e profonda, che lascia spazio al mistero e all’introspezione.

Il canto dell’assiolo mi ricorda la mia terra, la Romagna, con “L’Assiuolo” del Pascoli, che associò il verso del rapace notturno proprio al senso di inquietudine e mistero che a tratti percorreva quella sera la stradina oscura di Evelle. E forse in quel buio, prima di richiudere il portone, un’ombra, un fantasma, un’anima del tempo che fu, si muoveva verso di noi…

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Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…

eticassioloE mentre il rapace continua il suo canto tendiamo le orecchie al buio e ci accorgiamo che ottiene risposta da un altro assiolo la cui voce giunge più distante, e si cuce indelebile nei miei ricordi un legame tra la mia terra e la Borgogna, in una serata che indelebile si stamperà nei ricordi di questo viaggio, al di sopra e al di là del vino, che ancora mi torna in mente con l’Assiolo di Costa Archi, uno dei migliori Sangiovese di razza romagnola, che al contrario del pascoliano senso di inquietudine, regala un ben più piacevole senso di armonia. Grazie all’atmosfera di Evelle, ai momenti condivisi con i compagni di viaggio, ai fantasmi e all’assiolo.

Chiù…

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