I monaci la sapevano lunga…

wpid-20140809_122147.jpgNon potevamo andare alla scoperta delle Marche e del Verdicchio senza toccare Matelica e le sue cantine, alla ricerca di quell’eleganza che nei Castelli di Jesi spesso lascia maggiormente il passo a materia e struttura, pur regalando alcuni esempi di grande stile. Nella vallata di Matelica è soprattuto il clima ad essere diverso, non più influenzato dalle correnti marine in quanto protetto da una dorsale di colline che corre parallelamente alla costa adriatica. Le vendemmie arrivano più in ritardo, con maturazione più lenta delle uve, che porta un lento e inesorabile accumulo di precursori aromatici negli acini, che un’attenta vinificazione può trasformare e fissare in profumi e aromi nel vino. A dare una mano vengono anche i terreni, ricchi in sostanze organiche fossili di epoca Paleolitica, quando un grande lago salato ha lasciato in eredità un carico di minerali che oggi caratterizzano i vini di queste zone. Tra le aziende più interessanti del territorio abbiamo scelto La Monacesca, realtà pluripremiata e di cui abbiamo avuto un’ottima impressione in una recente degustazione comparata di Verdicchio, oltretutto supportata dall’affascinante racconto di una verticale storica di Mirum da parte dell’amico Francesco Petroli di IntoTheWine.

E’ proprio il Mirum l’etichetta più rappresentativa dell’azienda, Verdicchio di Matelica Riserva, ottenuto da uve raccolte con surmaturazione di circa 10 giorni, affinato per 18 mesi in solo acciaio e poi 6 in bottiglia prima di uscire in commercio. Per ottenerlo si prendono le uve dai vigneti più alti e meglio esposti, poggiati su suoli a maggior contenuto di sabbia, ben drenati, dove le vigne sono allevate a spalliera con potatura a doppio guyot capovolto, con potature più corte e basse rese.

IMG_3586Ma ancora una volta il fascino del vino aumenta osservando dal vero le vigne che lo producono. Arrivare alla Monacesca spalanca il cuore, entrando nel piccolo borgo ristrutturato nel 1997 sulle basi dell’antica struttura costruita dai frati in epoca medievale. Ed è chiara la loro intelligenza nello scegliere un luogo così bello e centro nevralgico tra le province marchigiane, che si possono tutte scorgere da questo colle. I terreni sono oltretutto ben esposti e perfetti per consentire l’agricoltura, specie della vite, che in queste aree è radicata dai tempi dei Piceni, popolazione locale fin dal 1000 A.C, nelle cui tombe ancora si ritrovano resti di vinaccioli.

Oggi i tempi sono cambiati, con essi i popoli, le tecniche, l’attenzione al vino, ma resta innegabile e immutato il fascino di questo luogo. Oggi il borgo è trasformato in abitazioni, cantina, rivendita e sala degustazione, ma resta la piccola cappella privata, ancora utilizzabile per i riti cattolici e ornata di opere originali, come un dipinto tra il sacro e profano, dove è ritratto un Cristo dalle cui ferite sgorga vino, in uno scenario che lo immerge in una surreale vendemmia, con un padreterno atto a torchiare mentre il figliolo sotto il peso della croce pesta l’uva in un tino, dal quale due angeli raccolgono il mosto in un calice.

Fuori dalla cappella e dalla struttura principale, anch’essa ristrutturata in perfetto stile rustico, con recupero degli originali pavimenti in cotto e delle travi in legno, si apre il panorama dei vigneti, distesi a 360° attorno alla tenuta e disposti prevalentemente da nord a sud, come la vallata di Matelica.

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Un totale di 18 ettari di proprietà de La Monacesca, di cui 2 a Chardonnay, 6 a Merlot e Sangiovese ed i restanti a Verdicchio. E’ proprio dalle vigne che emerge Francesco, nostro egregio Cicerone, al nostro arrivo intento nei trattamenti tra i filari del Verdicchio. La sua accoglienza è gentile e impeccabile, puntuale e generoso nelle descrizioni e nei racconti, da cui sono tratti tutti i miei appunti. Ci mostra le vigne, condotte in regime di lotta integrata, limitando quanto più gli interventi in ottica di conversione al biologico, e quindi la cantina, dove ci racconta i processi, votati alla pulizia e alla valorizzazione del territorio, così bello e generoso in queste colline. Il Verdicchio subisce pressatura soffice, sgrondatura, trasferimento in serbatoi d’acciaio e illimpidimento per eliminare le fecce grossolane. Quindi fermenta con inoculo di lieviti baianus (utilizzati spesso e volentieri anche per lo Champagne), scelti per l’esigua tendenza ad alterare i caratteri naturali delle uve e per la capacità di lavorare a basse temperature, tra 19 e 20°C, per circa 12 giorni per il “base”, che salgono a 20 per il Riserva. Le masse stazionano poi sulle fecce fini fino a primavera, svolgendo anche la fermentazione mallolattica.

wpid-20140809_113604.jpgDiversa strada ovviamente per il rosso, il Camerte, voluto dai proprietari per tentare una strada che in passato aveva dato lustro ai vini della zona, con riconoscimenti ottenuti nei maggiori concorsi di Francia. Merlot e Sangiovese sono raccolti e lavorati separatamente, per via delle differenti epoche di vendemmia, il Merlot a settembre ed il Sangiovese in ottobre. Ma il processo è il medesimo, con fermentazione con le vinacce a 24-25°C in acciaio e dopo la svinatura viene immesso in barrique, dove maturerà dai 13 mesi in su, a seconda delle scelte dell’enologo, carica oggi ricoperta da Roberto Valentini.

Consapevoli oramai delle doti del Mirum, complesso, profondo, sapido e di grande capacità evolutiva, sempre di equilibrio teso ed elegante, proviamo invece il Verdicchio di Matelica 2012, etichetta di entrata perfettamente rappresentativa della tipologia. Il colore è un paglierino abbastanza carico, con bei riflessi verdolini, il naso è coinvolto da profumi freschi e ben articolati, dai toni minerali alla cipria, dalla mentuccia all’anice, dal cedro alla pera e si concede anche una fresca scia balsamica. Al palato ha sale, corpo e bello slancio donato da piena freschezza, in bell’equilibrio nonostante l’annata calda. Incede piuttosto a lungo su ricordi di frutti con sottile tono ammandorlato, e lascia la voglia di riberlo.

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Ed in effetti la bottiglia è venuta con noi in agriturismo, il nostro piccolo angolo di pace a Isola di San Severino, dove abbiamo condiviso questo bel pezzo di Marche con Raffaella ed Alan, gentilissimi e disponibilissimi proprietari dell’Isola che non c’era, luogo posizionato in cima a un colle sopra il lago di Cingoli e base ideale per scorrazzare nell’entroterra marchigiano, per lanciarsi alla scoperta di borghi, natura, storia e soprattutto Verdicchio.

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