Rabajà, il Barbaresco di razza di Giuseppe Cortese

Quest’anno partecipare a “I Tre Giorni del Sangiovese” a Predappio è stata un’esperienza di confronto e crescita, di cui la seconda giornata, di sabato, rappresenta un esempio lampante. Si è cominciato nel primo pomeriggio scoprendo in verticale il Taurasi di Luigi Tecce, per poi andare ad analizzare le nuove 12 sottozone del Romagna Sangiovese. Infine abbiamo chiuso degustando il frutto di un altro vitigno “nobile” e difficile, il nebbiolo, declinato nel Cru Rabajà del comune di Barbaresco, dalle vigne di Giuseppe Cortese.

wpid-20140906_222122.jpgA guidarci  come relatore è l’attuale reggisseur della cantina, Gabriele Occhetti, che in concerto con Francesco Falcone ci svela storia e peculiarità del Barbaresco, DOCG di rilievo del Piemonte, considerata da molti come fratello minore del Barolo, che vanta una storia più lunga ed una fama internazionale dovuta in special modo alla classe nobiliare piemontese che ne promosse il consumo nell’alto ceto europeo. Ma la storia dà credito anche Barbaresco, territorio le cui uve finivano spesso a nobilitare proprio i vini di Barolo, prima dei limiti imposti dai disciplinari di produzione. La fama di Barbaresco rimane minore anche per una questione di quantità prodotte, di circa un terzo rispetto a Barolo, che vanta anche un numero molto maggiore di produttori. Ma affatto inferiori sono da considerare gli aspetti qualitativi. Importante conoscerne e capirne anche la zonazione, che vede 25 cru solo nel comune di Barbaresco, di cui Rabajà rappresenta un riferimento assoluto. I suoi ingredienti sono terreni principalmente composti da marne chiare, di epoca tortoniana, ed esposizione ideale, con coste tutte rivolte a sud e sud-ovest, fra i 250 e i 320 metri di quota. Il plus è poi rappresentato dalle vigne vecchie, che affondando le radici nel profondo del suolo, autolimitano la produzione, e trasmettono alle uve tutto il valore del terroir.

Giuseppe Cortese si rese presto conto che la richiesta delle sue uve veniva da nomi importanti dell’enologia locale, e decise nel 1971 di iniziare a vinificare da sé, conscio dell’alto potenziale che aveva per le mani. Un patrimonio attuale che solo a Rabajà consta in quasi 4 ha di vigne, mediamente fra i 35 ed i 45 anni di età, con una parcella di circa 1ha con ceppi di 60 anni, che producono i grappoli dedicati alla Riserva, prodotta solo nelle annate ritenute più promettenti.

Curioso ricordare che la tradizione di Barolo e Barbaresco era di assemblare le uve (o i mosti) provenienti dalle diverse vigne, mentre il concetto di cru si consolida solamente negli ultimi 30 anni. Una scelta, quella di valorizzare i singoli appezzamenti, che non è solo figlia di strategie commerciali, ma via maestra per leggere le sfaccettature di un territorio che ha sì caratteristiche comuni, ma vanta molteplici sfumature dovute a esposizioni, terreni, altitudini, microclimi, e tutto quanto conferisce note al “terroir”. Attorno al cru di Rabajà, un vigneto considerato “tutto filetto” per la splendida esposizione, troviamo, l’Asili, che completa l’anfiteatro della collina, contiguo al Rabajà ma con esposizioni che sfuggono in parte alle migliori insolazioni, e generatore di Barbaresco dal piglio più austero. Sotto di essi si estende il Martinenga, che copre la fascia più bassa della collina e produce vini generalmente più sottili, mentre sul versante opposto si localizza il Muncagota. Non distante è bene citare un altro campione, il Montestefano, capace di vini più muscolari e dai richiami nocciolati.

Oggi il Rabajà di Giuseppe Cortese è vinificato in cemento e in acciaio, poi passa in botti dai 16 ai 25 hl, di età media sui 10 anni, ma con punte di oltre 30. Il Riserva alloggia per ben 40 mesi in legno, cui seguono 2 anni in bottiglia, fregiandosi forse del titolo di Barbaresco dal più lungo affinamento. Per la versione “classica” il vino impiega 20/22 mesi nelle medesime botti di rovere di Slavonia, e minimo 10 mesi in bottiglia prima di entrare sul mercato. Una filosofia che lascia il tempo necessario al vino per rendersi pregevole e godibile, a scapito dell’immediato ritorno commerciale, ma a tutto vantaggio della qualità espressiva riscontrabile in bottiglia (e anticipo che il 2011 ce ne dà un grande esempio).

wpid-20140906_222127.jpgBarbaresco Rabajà 2011. Ammalia col suo vestito rubino vivo dagli orli granati. E’ una ragazza giovane e fresca, dalle labbra rosse e il profumo di primavera: rose, rosolio, ciliegia, arance rosse e lampone. Il suo bacio è profondo, succoso, goloso, e ti lascia stordito, estasiato, vuoi ancora godere di quella innocente freschezza, di quella carezza setosa di tannino, e mentre ci pensi senti ancora il ricordo lungo e fresco di melograno ed agrumi. 94/100.

Barbaresco Rabajà Riserva 2006. Il brio della giovane ragazza lascia il posto a una donna adulta e decisa, piena di charme ed eleganza: spezie dolci, arancia bionda, sottobosco e mirtilli, pout pourri di fiori, e pennellate scure di caffè e cuoio. Ti schiaffeggia col guanto di velluto del suo tannino ricco e fine, che progredisce profondo in un ricordo ammandorlato. Puoi ammirarla a lungo mentre ti racconta di lei, fra ricordi di bosco, agrume e foglie di tè.  Esce di scena col suo abito lungo e scuro dal luccichio metallico di paillette95

Barbaresco Rabajà 2005. Promette bene col suo colore ancora giovane, e sfoggia nuance di ciliegia, pepe nero e verde e fiori di viola. Si concede al palato con beva sciolta e tannino fine, chiudendo solo un po’ asciutto nel finale, dove svela qualche piccola ruvidità nella sua trama. Ancora tanto da dire nei prossimi tempi, ma oggi si lascia apprezzare già moltissimo, specie a tavola. 89

wpid-20140906_222633.jpgBarbaresco Rabajà Riserva 2004. Riscopriamo la vena fascinosa incontrata nel Riserva ’06, ma qui si tinge di abiti autunnali, con humus e spezie, coriandolo e fiori secchi, con petali di lavanda e foglie di menta. Esplode al palato, con tannino ancora vivo, vibrante, succo di arance e melograno, in nitida progressione che riempie la bocca e la mente con un susseguirsi di ricordi. Purezza e fascino come una donna senza età. 96

Barbaresco Rabajà 03. L’annata bollente si palesa nel colore un po’ più spento, e in un tono di riduzione percepibile al naso. C’è ancora un po’ di fiore di lavanda, ma immerso in un paesaggio caldo di frutti neri maturi e un richiamo catramoso. Al palato conferma la matrice che tira al goudron, calore, ricchezza, condita di tannino fitto ma ben arrotondato e piena componente sapida. Coerente con l’annata. 86

wpid-20140906_222203.jpgBarbaresco Rabajà Riserva 2001. Come un gioiello splende ancora di un colore tra il granato e il rubino, e conferma la sua indole giovanile con le note di rosa e agrume, accompagnata da toni di caffè, sottobosco, ginepro, cola e tamarindo. E’ sincero fino in fondo, come un buon amico,ti ricompensa con freschezza succosa di arancia anche al’assaggio, con un ricordo di carruba e una texture tannica sottile e carezzevole. 91

Barbaresco Rabajà 2000. Si tratteggia il calice di toni più fitti e spenti, pur nei riflessi del rubino, e al naso appare appannato, chiuso su idee scure di mirtilli, ribes nero, gomma e zucchero filato. Anche l’affondo gustativo è meno dinamico, gioca di calore e morbida avvolgenza, con tannino ben amalgamato ma un po’ rustico, con finale piuttosto lungo su ricordi di sottobosco scuro. 86

Barbaresco Rabajà Riserva 1999. Il campione meno convincente, dal colore molto compatto, e impressioni iniziali ridotte, brodose, da cui escono poi polvere da sparo e sottobosco. Coinvolge poco anche all’assaggio, con poco slancio e chiusura un po’ asciutta, su toni di radice. 84

wpid-20140906_222151.jpgBarbaresco Rabajà 1998. Il primo esempio in cui su due annate vicine il vino “annata” supera la Riserva. E’ tutto uno sprint agrumato, di arancia, tamarindo, bitter e frutti rossi, con un ricordo lieve di oliva per niente fuori posto. Sviluppa nel tempo la sua complessità di aromi, che giocano anche le carte del sottobosco, del tabacco e del te. Teso e vibrante al palato, con una spinta acida al galoppo, con in sella un tannino ancora vivo e anche un po’ irriverente. L’eleganza e la grinta di un cavallo di razza. 93

Barbaresco Rabajà Riserva 1996. Qui chiudiamo, e lo facciamo con stile. Il colore è un granato che ancora vanta bagliori rubicondi. Metterci il naso e entrare in contatto col l’eleganza dell’evoluzione: polvere da sparo, funghi, rosmarino, sfumature di fiori secchi, e un ricordo di finocchietto, ma anche scorze di arancia e radici di liquirizia. La sua viva acidità è una lama, ma arriva al palato coperta da buon corredo di struttura, di tannino ricamato e lungo finale con echi metallici e di agrume rosso, ancora vivo e di larghe vedute. 92

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