Gallo Nero VS Coq de Bourgogne, ovvero Chianti o Borgogna?

Dall’idea concertata da Francesco Falcone e Giancarlo Marino è scaturita questa serata, prima di una serie di tre, dedicata ad un insolito raffronto tra Pinot nero e sangiovese. Il primo declinato nelle sue espressioni di Borgogna, scelte dal “magister” Marino, mentre a Falcone è andata la scelta dei sangiovese, in questa puntata caduta nel territorio del Chianti Classico.

Un confronto non teso a decretare una scelta settaria tra i due, ma invitare a fare qualche riflessione sulle analogie e le differenze, dei vitigni come di alcuni territori, che possono trovare assonanze nelle declinazioni dei loro vini. Il pinot nero ed il sangiovese sono entrambi vitigni piuttosto ubiquitari (sono piantati in svariate zone del mondo), ma invero selettivi, capaci di rendere nel miglior modo solo negli habitat a loro più consoni, e non c’è dubbio che siano rispettivamente la Borgogna e la Toscana. Sono vini che in comune hanno una innata capacità di interpretare il terroir, come una lente d’ingrandimento che traduce nel calice la base pedologica delle vigne. Sono vitigni complicati da leggere e interpretare, in vigna come in cantina, che necessitano esperienza e “manico” per ottenere vini di livello superiore. Sono vitigni fatti per giocare più di eleganza che di opulenza, più di nervo ed elettricità che di rotondità e opulenza, capaci di lasciare il segno senza stancare, abbinando al gusto e alle complessità organolettiche una ricerca spasmodica della beva e della godibilità, da portare volentieri a fianco di un buon piatto.

Vitigni che non danno mai una carica antocianica importantissima, offrendo vini sempre trasparenti e dai toni rubino in gioventù, che virerà al granato con l’evoluzione. A livello tannico il sangiovese spende forse qualche punto in più, ma ovviamente giocano sempre un ruolo fondamentale il territorio e lo stile, nonché i cloni piantati in vigna.

In verità non ci siamo mossi sulla strada del confronto passo passo, ma abbiamo affrontato in sequenza i vini della stessa tipologia, a carte scoperte i Borgogna, mentre a bottiglie vestite per i Chianti, il cui elenco era stato enunciato in precedenza. Così la degustazione ne ha guadagnato sicuramente nell’analisi delle bottiglie francesi, che hanno dimostrato il significato delle gerarchie delle denominazioni, comprese le sue eccezioni e contraddizioni. Prima delle quali il fatto che i “Bourgogne”, che rappresentano il vino “base” dei produttori della Cote d’Or, e contemplano l’utilizzo delle uve provenienti dai vigneti meno pregiati, quelli di fondo valle, a destra della statale salendo verso nord, ovvero quelli dedicati alla denominazione regionale (Bourgogne appunto). Ma per il vero vi possono finire dentro anche uve da vigneti più pregiati, in pratica col sistema da noi noto come DOC di ricaduta, e la cosa è piuttosto frequente per diversi motivi, come ad esempio quello commerciale, di dare spessore e livello al vino base, il Bourgogne appunto, che funge da biglietto da visita dell’azienda, e spesso rappresenta un’importante base di vendite, anche per effetto delle quantità nettamente superiori a quelle di Village, 1er Cru e Grand Cru. Altro fattore da considerare è la necessità di escludere dai vini più pregiati le uve da vigne giovani, inevitabili a seguito dei reimpianti, da cui viene naturale destinarle a denominazioni minori, finanche ai Bourgogne se il produttore lo ritiene la scelta più opportuna per i propri affari. Perciò è possibile incontrare Bourgogne qualitativamente migliori dei Village o persino di qualche 1er cru del medesimo produttore.

La degustazione dei Chianti è stato un viaggio tra le varie zone, considerando in primis che il Chianti Classico per morfologia e clima dà sangiovese difficilmente accomunabili. Il territorio è complicato e frazionato, con un vero mosaico di terreni, aree più fresche e alte attigue a zone più calde e dai terreni ricchi. Un panorama frastagliato che rende difficile una zonazione per cru, perché all’interno di comuni e persino frazioni possono sussistere realtà pedolgiche significativamente diverse.

Una diversità che porta anche differenze nelle epoche di maturazione, più tardiva su argille e invece precoce su terreni sciolti e sassosi, più caldi e generosi. E’ il caso quest’ultimo di Panzano, dove il galestro modella i muscoli dei vini, mentre per contro troviamo meno scheletro ma discreto drenaggio nelle zone di Monti in Chianti, dove troviamo Badia a Coltibuono. La zona settentrionale di Radda si distingue invece per terreni completi, ricchi di sasso e struttura, in pieno equilibrio tra marne, argille e calcare, per lo più a buone altitudini e in zone fittamente boscate, ed è il caso di Montevertine. Non mancano gli esempi di Barberino Val d’Elsa, con argille, calcare e sole a Monsanto, e maggiore componente di ciottoli e sassi per le vigne di Isole e Olena.

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Per muovere i primi passi in Borgogna vi entriamo da sud, con una tappa nella regione del Beaujolais, e precisamente sulla collina di Morgon, con il Cote du Py 2012 di Jean Foillard. Un gamay in purezza di gustosità e beva impagabile. Brilla di rubino vivace e trasparente, ha naso definito di frutti di bosco, leggere speziature di pepe, tabacco, cipria e una vena agrumata. Al palato si distende con una massa setosa, di tannino soffice e fine, lungo e sapido, goloso col suo finale lungo di frutto rosso e spezie fini. Equilibrio e gioviale beva per questo vino che apre la pista all’area più nobile regalando un attimo di meritata gloria a questo vitigno relegato al ruolo di comprimario in Borgogna, regione della quale il Beaujolais è considerata un’appendice.

Voillot Bourgogne Vielles Vignes 2012. Da quattro parcelle nell’area di Volnay, un vino ancora un po’ scontroso, ritroso al naso, con nota erbacea e scura, di lampone e frutto rosso scuro, con accenno di volatile e pepatura, in uno schema dal taglio nordico. Anche in bocca è spigoloso, succoso e fresco, soffre un po’ di eccessivo rigore, con finale di caffè lieve e radici. Un vino tutto giocato in sottrazione, per gli amanti del vitigno scarnificato e messo a nudo. 81

Mugneret Gibourg Bourgogne 2010. Da una vigna bassa, nel territorio di Vosne-Romanée, caratterizzato da prevalenza di limo e sabbia a scapito delle argille. Colore rubino abbastanza fitto, e naso molto più immediato e abbastanza espressivo, con note di melograno e mirtillo, carne, menta e pepe. Palato percorso da gran succo e sapore, anche con calore e discreta sapidità, con finale condito di cipria e fine ricordo di legno buono, con tono vanigliato e cenno fume. Appena offuscato nella sua definizione, ancora in divenire, ma esempio godibile di Bourgogne. Per la cronaca il Mugneret è raro, perchè ne produce poco ma è reputato (piuttosto a ragione) tra i migliori. 84

Voillot Volnay Vielles Vignes 2012. Entriamo nella denominazione comunale di Volany, con le vecchie vigne di Voillot, e la complessità al naso cambia marcia, con erbe aromatiche (basilico), spezie da alchermes, rabarbaro, basilico, frutto fresco di ciliegia, con sfumature esotiche e toni balsamici e di incenso. Al palato mostra qualche ruvidezza, è succoso ma il frutto è un po nascosto, mascherato da speziature e ricordi di legno di matita e chiodi di garofano, con interessante ritorno di liquirizia. Un po’ frenato da un uso del legno ancora non completamente digerito, ma chiude senza note amaricanti e riempie il palato con buona struttura, solo da arrotondare nella sua componente di tannini ellagici. 85

wpid-20141025_002134.jpgVoillot 1er Cru Fremiets 2009. Stesso produttore ma saliamo di categoria, con un 1er Cru al confine con Pommard. Si esprime elegante, su note di mandorla tostata, mirtilli in crostata, cera e balsamico fresco, con soffi di tartufo e carne fresca. La bocca è carnosa, fresca e di beva, con una spinta di calore presente, tutto in buon equilibrio, salvo ancora una leggera frenata nel tannino, fine ma un po’ asciutto. Si dispiega con bei ricordi speziati di chiodi di garofano, frutti neri e rossi maturi, e anche fiori di viola. Elegante ma generoso, chiede ancora un po’ di tempo in bottiglia per acquistare il giusto slancio. 86+

Vosne Romanée 2010 Sylvain Cathiard. Torniamo in Cote de Nuit, con un fuoriclasse. Dal bicchiere di limpido rubino salgono note di pepe, cacao, legno di cedro e sandalo, rosa canina, pompelmo rosa e ricordi di sottobosco di aghifoglie. Potente nell’ingresso al palato, con tannino fitto e dalle maglie fini, ampio nel gusto, un po’ asciugato dal legno ma lungo, rigoroso e di lunga gittata, con spezie di cannella, mandorla, frutti freschi e cenni di tabacco. Profondo e strutturato, ma senza perdere la leggerezza del Pinot Nero., per fare un paragone si potrebbe accostare ad un Chianti Classico di Panzano. 88.

Passiamo ai vini del Chianti, navigando alla cieca tra i millesimi ed i territori.

Chianti Classico 2011 Isole e Olena di Paolo De Marchi, dai colli di Barberino Val d’Elsa, ricchi in ciottoli e sassi ai piedi delle vigne. Il colore rubino pieno è abbastanza trasparente e carico di materia, che si percepisce anche al naso nella sua ricchezza, con una vena calda che trasporta toni balsamici e di incenso, con frutto di ciliegia e richiami di sottobosco. Corerente nell’assaggio, polposo e terroso, lungo e dal tannino fine, buono nel frutto, centrale e dolce dolce nel ricordo, dove aleggiano un tocco di caffè e di agrume. 87

Chianti Classico 1999 Castello di Ama. Vino rovinato da una cattiva conservazione. Senza voto.

Chianti Classico Le Trame 2001, di Giovanna Morganti. Siamo nella zona di Castelnuovo Berardenga, in un’area a quote relativamente basse e dai terreni generosi, dove al sangiovese si associano altri vitigni complementari della tradizione, come canaiolo, colorino, mammolo e foglia tonda. L’evoluzione si fa vedere nei toni del calice, che virano a un bel granato brillante, di bella trasparenza, e subito si percepisce all’olfatto, con richiami di cuoio vecchio, cacao, ciliegia e prugna, un ricordo di viole e nocciole, solo percorso da un accenno di riduzione. Impossibile non riconoscerlo come sangiovese del Chianti. Al palato entra con buon vigore, con un tannino che richiama la terra, e una sapidità di iodio e cloro, appena selvatico su ritorni aromatici di marasca. Mantiene bella scorrevolezza, solo freanata da una calda struttura che tende ad asciugare il palato pur chiudendo su toni dolci di arancia candita. Al top evolutivo. 86.

Chianti classico 2011 di Badia a Coltibuono Il colore dice Chianti, scarico, trasparente e di brillante rubino. Il naso si tuffa in ricordi di cera, frutto rosso croccante, fiori viola e una fine nota erbacea. Invoglia a berlo, e il sorso è di freschezza tagliente, lungo e sapido, spontaneo e da godere, con bel fiore in primo piano e un finale amaricante fine, tra arancia e mandorla. Tutta la convivialità del Chianti. 88

wpid-20141024_235736.jpgIl Poggio 1977 di Monsanto. Il colore ancora non racconta di un vino di quasi 40 anni, ancora pieno e vibrante di toni granato, di bella consistenza. Sorprende i sensi con un profilo elegante e sfaccettato, fatto di corteccia di legna, propoli, prugna, fungo, caffè, liquirizia e miele di castagno. Al palato non finisce mai, regala un tannino fine e ancora presente. E’ raffinatezza ed equilibrio, percorso di incredibile spinta acida, e saporito di mineralità . Finisce con accenti di scorze di agrume e implora di avere un b uon piatto accanto. Grandissimo capolavoro da Barberino Val d’Elsa, pregno del corpo regalato dalle argille calcaree delle solatie coste di Monsanto. 95.


Riecine di Riecine 2010 (Toscana IGT).
 Colore vivo e brillante di rubini, piuttosto concentrato, mostra antociani ben fissati che scopriremo frutto di un passaggio in barrique. L’impatto olfattivo è di fresco frutto rosso, spezie fini, con sbuffi di cera e di nocciole. Avvolge il palato con buona trama, insaporito da una bella componente salina, ma la sua bella freschezza è oggi un po’ frenata dal tannino, che tende ad asciugare il palato. Versione di Sangiovese toscano da mani anglosassoni, di bella fattura e strizzando l’occhio alla Borgogna, cui trova assonanze nel risultato dell’uso dei legni. 84

Chianti Classico 2012 Badia a Coltibuono. Nell’ultima accoppiata ci gustiamo questa succosa anteprima (ancora non in commercio) di uno dei vini a mio avviso più onesti e rappresentativi di Badia a Coltibuono. Il colores prizza energia nei riflessi brillanti di melograno, e al naso è già ben articolato, nonostante il recente imbottigliamento, su note di pepe, sanguinella, ciliegia, cannella, cereale, miele e noce moscata. Davvero esplosivo al naso, e in bocca conferma il succo e il sale percepiti nel millesimo precedente, solo in cerca del migliore equilibrio nel finale, comunque privo di spigolature. Tante belle promesse. 88+

Montevertine 1999. Bottiglia che segna l’ultimo atto del lavoro di Sergio Manetti e Giulio Gambelli, e lo fa in maniera davvero sublime. Il tono è granato trasparente e vivo, e dal calice escono cannella, metallo, peperoncini, cocomero e arancia, incenso e alloro. Il sorso è elettrizzato di freschezza, e ai limiti del salato, tannini cesellati e fitti. Bello il finale lungo e appagante di agrume e cannella. Un ottimo modo di ricordare chi ha dato lustro a questa azienda, credendo in una collina di Radda tra le meno considerate e trasformandola in un vertice dell’enologia italiana. 92

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wpid-20141025_002058.jpgIn conclusione, se si dovesse scegliere tra Chianti e Borgogna, da questa serata è sembrato più appagante investire sul Gallo Nero, capace di dare grandi campioni in termini sia di longevità (Monsanto) che di beva e immediata godibilità (Badia a Coltibuono), mentre molto più introversi si sono rivelati i pinot noir di Borgogna, con buone indicazioni da alcune bottiglie (Voillot Fremiets e Vosne-Romaneé di Cathiard) ma quante sofferenze per il portafoglio! A meno di avere un plafond finanziario illimitato, il Chianti Classico vince facile, e si è dimostrato capace di regalare grandissime espressioni di eleganza e tenuta. L’ennesima prova che in Italia, se si lavora bene sui territori migliori si possono ottenere eccellenze al pari dei cugini d’Oltralpe.

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