“Sweetest Thing” live in Merano

Tra le tante etichette degustate al Merano Wine Festival ho incontrato anche diversi vini dolci che hanno lasciato il segno nella mente, deliziato le papille ed espresso ai massimi livelli il connubio tra vitigni, territori e maestria umana nell’arte della vinificazione. Qui i vini dolci che non bisognava perdersi.

IMG_3775Moscato d’Asti Cané 2013 Marco Bianco. E’ tra i suoi prodotti d’ingresso questo moscato d’Asti, brioso nella sua fine effervescenza, brillante nel colore dorato vivo, fresco nei profumi freschi e dolci, con frutti bianchi, fiori e note varietali ben integrate ed eleganti. Gustoso, non chiede altro che essere bevuto, richiama note di agrumi canditi e chiama in soccorso un boccone di dolce panettone (e nella Gourmet Arena ce n’erano da rinnegare qualsiasi dieta). Oggi l’azienda sta passando nelle mani del figlio e della nuora, e sulle prossime etichette cambierà la grafica, sulla quale troveremo il nome Mongioia, mantenendo il focus sulle uve moscato, unico vitigno coltivato e lavorato, in tutte le sue accezioni, dal secco al passito.

 

PICOLITPicolit 2012 Aquila del Torre. Dici Picolit e pensi subito a quei grappolini spargoli e minuti, che grazie all’acinellatura concentrano zuccheri e sostanze nei pochi acini rimasti sul raspo. E ad Aquila del Torre il Picolit è magia, cresce su piccoli appezzamenti circondati da boschi, sui classici suoli di flysch, comuni nella zona dei Colli Orientali del Friuli e costituito da strati di marne e arenarie argillose. E’ la natura a portarlo nelle migliori condizioni di maturazione, e l’azienda si muove sulle linee dell’agricoltura biologica, utilizzando all’occorrenza solo rame e zolfo di miniera per inquinare il meno possibile i terreni dei propri vigneti. Le uve, dopo appassimento in fruttaio, subiscono fermentazione spontanea con lieviti indigeni in carati di rovere, nei quali il vino affina poi sulle fecce fini per circa un anno. Il risultato è questo nettare suadente, affascinante già nel suo muoversi oleoso nel calice, dove lascia grasse lacrime dorate sulle pareti. all’olfatto regala note dolci di ananas maturo, frutto della passione, rose gialle, miele e cenni di frutta secca e canditi di cedro, appena balsamico. Un piccolo sorso avvolge il palato, si spande con equilibrio ed eleganza, con una struttura piena ma elegante, dove lo zucchero è tanto ma perfettamente bilanciato da una freschezza viva e da una sottile sapidità. Interminabile nel suo ricordo che è tutto un racconto sussurrato di fiori e frutti dolci. Gioiello.

trockenbeeren Lenz MoserTrockenbeerenauslese Prestige 2012 Lenz Moser. Un nome di riferimento per l’Austria, con la sua cantina locata a Krems, a nord ovest di Vienna, dove produce una vasta gamma, che culmina con le rarità delle selezioni Prestige. Il Trockenbeerenauslese ne rappresenta forse l’espressione più estrema, essendo ottenuto dalla spremitura di uve attaccate da muffa nobile fino ad essere praticamente essiccate, con contenuto minimo di succo e rese ovviamente limitatissime. Da questo vino mi aspetto un miele, e la consistenza è circa quella, anche se di bel fluire e colore di oro brillante. Il suo ventaglio olfattivo di apre con note di agrume candito, ananas grigliato, banana matura, cotognata, miele di castagno, cenni di zafferano e un tono fumè leggero e intrigante. Al palato è gioia pura, attacca dolce e incede supportato di spina acida che non lo lascia cadere mai, perdurando lunghissimo con un inseguirsi di ricordi che vanno dal frutto alla botritizzazione, in grande armonia.

chateau giraud 2002Forse il più celebre vino dolce al mondo, dalla regione di Bordeaux, in quell’area dove la muffa nobile trova l’habitat ideale per svilupparsi e trasformare gli acini di Sauvignon Blanc e Sèmillon in qualcosa di speciale. Parlo chiaramente del Sauternes, la cui espressione più gradita l’ho trovata nella bottiglia del 1er Cru Classé Sauternes 2002 Chàteau Guiraud. Un’ambra liquida che ondeggia pesante nel calice, brillando con riflessi dorati, e al roteare rilascia con morbida cadenza le sue note di cedro, miele di tiglio, camomille, albicocca in confettura, per chiudere con richiami di noci e uno sbuffo di fumo. Evidente l’effetto della botrytis, che ha arricchito la massa di gliceroli, cremosi e oleosi al palato, avvolto come un manto da una dolcezza controbilanciata da toni fumè, dalla caldarrosta al tabacco fine, con finale saporito e pieno, di bell’equilibrio, non facile da trovare con cotanta materia. Implora formaggi erborinati e promette ulteriore evoluzione in bottiglia. Immancabile per gli estimatori della muffa nobile.

alladium erbaluce caluso passito cieckTorniamo in Italia e andiamo a scoprire un’espressione fulminante di passito, da vitigno autoctono, coltivato in una zona circoscritta al circondario di Caluso. E’ l’Erbaluce, declinato da Cieck in molteplici versioni, grazie soprattutto alle caratteristiche intrinseche di grande acidità che lo prestano a divenire ottima base per spumanti così come vino fermo dal buon potenziale di evoluzione, fino al passito di smagliante tensione. E nella gamma di Cieck si possono apprezzare praticamente tutte le possibili versioni dell’Erbaluce di Caluso, sempre su un livello qualitativo davvero impressionante, anche a fronte di prezzi finali davvero alla portata di tutti. Un vera perla è il suo Alladium 2004. La raccolta delle uve è classica, a normale maturazione, circa a fine settembre, e i grappoli vengono appesi in fruttaio ad appassire, consentendo anche l’attecchimento della botrytis cinerea. Dopo almeno un paio di mesi, raggiunto il giusto grado zuccherino viene diraspata a mano e torchiata. Resta quindi in fermentazione a lungo, a causa delle basse temperature stagionali, finanche a durare 2 mesi. La svinatura passa in piccole botti di rovere dove riposa per tre anni. Oggi questo passito è un capolavoro, di colore tra l’oro e l’ambra giovane, si esprime con profumi definiti e sgargianti come pennellati impressioniste: zafferano, camomilla, albicocca confìt, arancia candita, cotogne, frutta secca tostata e crosta di pane cotto a legna. L’assaggio è dolce, cremoso ma scorrevole, saporito e vibrante di freschezza, non stanca e suscita salivazione, e lancia la mente sui ricordi del palato. Davvero un ritratto impressionista (persino impressionante), che nulla ha da invidiare ai Sauternes. uno degli assaggi più folgoranti. Da mettere in cantina assolutamente.

PX Ximenez-spinolaIn un viaggio per l’Europa non poteva mancare la Spagna, con i suoi vini fortificati di Jerez de la Forntera. Il sole ed i venti caldi portano ad appassimento le uve di Pedro Ximenez, varietà autoctona a bacca bianca. Il sole ed i venti caldi africani portano a disidratazione nell’arco di 10-15 giorni i grappoli, raccolti a piena maturazione o leggermente surmaturi e lasciati a disidratare secondo il cosiddetto metodo soleo, che determina l’imbrunimento dei toni del colore. Questi arrivano fino a scure tinte mogano dai riflessi ancora brillanti di ambra con l’affinamento in botti, secondo il sistema di “criaderas e soleras” (tipico anche del Marsala), che permette di avere vini dal lungo invecchiamento, lentamente rinnovati dalle nuove vendemmie, tipicizzati da sentori speziati e classiche maderizzazioni. Il Pedro Ximenez di Ximenez-Spinola nel calice sembra uno sciroppo, e nei suoi ricchi profumi dominano note di malto, miele scuro, melassa, propoli, tabacco bagnato, sciroppo d’acero e  propoli. Si staccano ogni secondo ricordi nuovi, note ora di tabaccheria, ora di pellame, poi di cenere o di fumi eterei. In bocca si allarga col suo calore solare, generoso, caldo e vellutato, mieloso ma sostenuto da buon piglio di freschezza, con finale di frutta secca e agrumi. Una vera coccola, da gustare con cioccolato fondente extra e frutta a guscio tostata, o da provare in abbinamento a un buon sigaro.

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