Montalcino Express: Seconda Tappa – Col d’Orcia

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Dal centro di Montalcino si riparte, confortati da una giornata che pare primavera più che autunno, se non fosse per i colori del paesaggio, che si tinge di tutte le sfumature dall’oro all’ocra, dallo smeraldo all’ebano, dall’ambra al rosso scarlatto, in un alternarsi di boschi e vigneti che è culla l’animo in uno stato di estasi. Basta percorrere queste strade, con qualsiasi mezzo, a piedi come in bici o in auto, per farsi persuadere da quella atmosfera magica che ha fatto innamorare della Val d’Orcia una miriade di turisti da tutto il mondo. Le case in pietra e sassi, gli ulivi maestosi e ordinati sulle dolci colline, larghi spazi boscati che lasciano spazio a qualche pascolo, qualche seminativo e ai vigneti.

Come in ogni viaggio che si voglia definire tale, non solo miriamo alla meta, ma ci godiamo il percorso, attraversando la vigna più alta di Montalcino, le Ragnaie, che giunge sul crinale a 600 metri di quota, poi ci accompagnano lungamente i possedimenti di Biondi Santi, dove oltre al sangiovese fanno bella mostra delle foglie incendiate di rosso le viti di merlot e Cabernet a destra, e lunghi filari di pinot grigio sulla sinistra. Il tragitto scende sempre più, fino a giungere in fronte al corso del fiume Orcia, che segna la linea di confine tra Siena e Grosseto, nonché tra le vigne del Brunello di Montalcino e quelle della DOCG Montecucco. Svoltiamo su una strada che nuovamente sale dolcemente verso il colle, e giungiamo alla tenuta di Col d’Orcia, seconda tappa della nostra avventura.

IMG_3817 IMG_3815 IMG_3814Nella splendida corte della tenuta ci accoglie il Conte Francesco Marone Cinzano, che con nobiliare compostezza ci accompagna alla scoperta della sua cantina. Col d’Orcia è una realtà imponente, la terza per quantità tra i produttori di Brunello di Montalcino, con possedimenti che coprono circa 140 ettari, di cui 108 a sangiovese. Dal 1973 è in mano alla famiglia Cinzano, che ha esteso i possedimenti, inizialmente di pochi ettari, acquistati allora da Stefano Franceschi, che a sua volta li aveva ereditati dal padre, spartendo nel 1958 l’allora “Fattoria di Sant’Angelo” col fratello Leopoldo, che ha generato l’azienda Il Poggione.

Oggi Col d’Orcia, forte di un apparato solido e robusto punta alla qualità del prodotto partendo dalla ricerca agronomica, in collaborazione con l’Università di Firenze, effettuando sperimentazioni e ricerche sugli inerbimenti, sui differenti cloni e portainnesti, su diradamenti e potature e sulle diverse densità d’impianto. Dal 2010 ha intrapreso la strada del biologico e attualmente ha conseguito la certificazione biologica su tutta la tenuta, composta di uliveti, vigneti e seminativi a coprire buona parte delle superfici da Colle Sant’Angelo al corso del fiume Orcia.

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Il Conte Francesco ci mostra l’estesa cantina dove si susseguono al nostro fianco le enormi botti di rovere di Slavonia, dai 27 ai 150 ettolitri (poche le cantine a possederne di tali dimensioni), dove il sangiovese è in affinamento. Presenti anche botti grandi in rovere francese e qualche barrique, utilizzate per la realizzazione delle etichette a base di vitigni internazionali, come il Nearco (merlot, cabernet, syrah) e l’Olmaia (Cabernet Sauvignon).

Tornando al lato agronomico è giusto ricordare che quasi tutti i vigneti sono disposti sulla medesima collina di Sant’Angelo, la cui fascia superiore è coperta da boschi. Giuliano Dragoni segue le scelte agronomiche, come detto oggi completamente in regime biologico, e ha festeggiato quest’anno la sua quarantesima vendemmia con un record in termini di quantità, con uve considerate comunque di buona qualità, anche grazie alla selezione effettuata in quattro diverse tornate. In vigna si è scelta la coltura policlonale, con selezione massale dalla prestigiosa vigna di Poggio al Vento. La vendemmia è effettuata manualmente, ora in cassette anziché nei tradizionali bins utilizzati fino a pochi anni fa, e segue un tavolo di cernita prima dell’ammostamento delle uve.

Dal 2009 la proprietà ha voluto cambiare alcune scelte stilistiche di cantina, affidandone la direzione tecnica ad Antonino Tranchida. Un cambiamento che andremo a cercare anche nella degustazione. Le tecniche di cantina per le uve sangiovese a Col d’Orcia constano di una vinificazione in acciaio inox, poi passaggio in cemento dove svolge la mallolattica, quindi ritorno in acciaio verso fine anno. Lì resta fino a febbraio/marzo, dove si pulisce e chiarifica naturale per effetto di travasi e decantazione, prima di finire in legno. Lì resta per circa 12 mesi nel caso del Rosso, mentre la sosta dura minimo 3 anni per il Brunello, e 4 per la Riserva Poggio al Vento.

Rosso di Montalcino 2012. Brilla di toni rubino brillante, consistente. Apre il naso con spezia fine, pepe, fiori scuri e chinotto. Di piglio caldo e piuttosto morbido, pieno nel corpo come nel sapore, corroborato da un tannino abbastanza fine. E’ avvolgente e dura lungo, su richiami di spezia e fiori scuri. Equilibrato ed espressivo. 86
Rosso di Montalcino 2011. Il suo colore rubino vede già qualche sfumatura granato, e nei profumi sale prima la nota alcolica, con a carico un bagaglio di spezie e cuoio. Approccio spiazzante al palato, dove la freschezza è presente, insieme al tannino con una sferzata di durezze che però si esaurisce presto, chiudendo amaricante. Se il 2012 è dolce è generoso il 2011 è più cupo e severo. 83
Rosso di Montalcino 2010. Denota maggiore evoluzione, quasi eccessiva, con ricordi di cereali e fieno, erba secca, cacao, e qualche sintomo di ossidazione. Trova corrispondenza al palato, dove chiude amarognolo anche a causa di un tannino dalla grana non troppo rifinita, inserito in un palato abbastanza equilibrato ma poco esuberante. 79
Rosso di Montalcino 2009. Ci conforta nuovamente con un colore vivace tra il rubino e il granato, denso di note dolci, dalla cera d’api alla ciliegia, con un bel floreale di rosa, un tocco di sottobosco e un accenno di oliva verde. E’ elegante e saporito al gusto, lungo e vibrante, forse il migliore nella dinamica gustativa anche se non avvolgente come il 12, ma dotato di maggior slancio. 87

wpid-20141119_130509.jpgBrunello 2010. Veste impeccabile di rubino trasparente e vibrante, con qualche cenno granato. Ci appare ritroso al naso, un po’ sulle sue, scuro di ciliegia nera, mirtillo, sottobosco, con toni di liquirizia, tabacco scuro, e nocciola. Al palato si conferma giovane e vigoroso, dal tono tannico vivo, di ottima fattura e profondità, oggi ancora mordente. Insieme al buon calore asciuga il palato chiudendo su un buon finale di tè, mancante però della zampata finale. Vino oggi austero ma di bella prospettiva. 87+
Brunello 2009. Il colore è forse più brillante del precedente, ad anticipare un’espansività generosa, e decisamente più concessivo si rivela infatti il naso, che si spalanca su note nitide di ciliegia, viola, spezie di cannella, pepe e ginepro. In piena armonia si conferma ampio e gustoso al palato, dove il tannino è vellutato e succoso, la stoffa spessa e avvolgente, morbida e confortante. Già molto apprezzabile. 88
Brunello 2008. Vino dal profilo più scuro e terroso, attraversato già da terziarizzazioni eteree e di incenso, con frutto di mirtilli e di pesca. Al palato scorre con tutta la sua giovinezza,  intriso di sale e di tannini fini, molto fitto nella sua trama, sostanziosa e raffinata al contempo, di larghe prospettive. Oggi è ancora in fasce, concentrato e di piglio severo, ma lascia presagire una bella evoluzione, concedendo un buon ritorno fruttato e assenza di note amare al palato. Frutto di un’annata particolare, segnata in zona da una grandinata a Ferragosto, che ha sfoltito i grappoli, portando la vigna a concentrare sostanza nelle uve rimaste. 90
Brunello 2007. Annata veramente torrida, che determina un colore più denso ma ancora di bella tinta rubino. Al naso il frutto è più maturo, e palesa un accenno di ossidazione, con note di ciliegia sotto spirito in evidenza. Come supposto manifesta ricco calore al palato, rotondo e corposo, sostenuto da una buona freschezza che lo prolunga e lo amplifica, con buon sapore ma poche sfaccettature, incentrato sul frutto scuro nei ricordi di bocca, e asciugato dal mix di alcol e tannino. 84

Veniamo quindi alla batteria dedicata al Brunello Riserva Poggio al Vento, etichetta realizzata solo nelle annate migliori, a partire dal 1982 (grande annata, nonché la mia). Le peculiarità di questo vero e proprio cru sono la posizione ben esposta su un crinale del Colle Sant’Angelo, su un appezzamento ricco in resti di antichi fondali marini, ben drenato da una buona quantità di sabbie arenarie e dotato di un ph alcalino. Gli impianti si estendono su circa 7 ettari totali e risalgono al 1974.

Poggio al Vento 2007. Partiamo con l’ultima annata messa sul mercato, del bollente 2007, che ha portato a una vendemmia anticipata solo di pochi giorni, per via del microclima del vigneto, ventilato e rinfrescato dalle correnti d’aria tirreniche (il mare è a meno di 40km), che ben ha retto alla situazione di stress. Il colore è un rubino pieno e ricco, ma di stupenda trasparenza, e quasi pesante nel suo volteggiare. I suo profumi si spandono ampi, dal tono balsamico e floreale, al frutto rosso maturo e alla spezia, con un sottofondo minerale di roccia e mare. Il suo ingresso è deciso e denso, quasi un’esplosione controllata di tannino, calore, freschezza e sale. E’ solo un po’ frenato nel finale, dove prevalgono spezie e sale. In piena fase di crescita, pronto e lungi dalla maturità. 90
Poggio al Vento 2006. Il colore è quasi il medesimo, davvero sorprendente la tenuta del colore in tutti i campioni degustati. Cambia completamente il profilo olfattivo però, giocato su tabacco, orzo, cioccolato, nocciola, sotteso da frutti scuri di more e ribes nero. In bocca impatta con calore e tensione, bello nella sua progressione appena nervosa, lunghissimo e dai toni appena pepati. Ha calore e tannino puntiforme e ricamato a maglia fine. Appena un accenno amaricante di radiche nella sua chiusura, comunque bella e profonda, tendenzialmente austero ma a mio avviso di grandi prospettive. 93
Poggio al Vento 2004. Si cambia ulteriormente la chiave su cui suona le sue note. La sua musica è più carnale, se il 2006 fosse una cavalcata il 2004 potrebbe essere un tango, passionale ma elegante. Nei suoi colori tante erbe aromatiche dai paesaggi mediterranei, il cappero e l’origano, la lavanda, i fiori secchi di rosa e il tabacco bagnato.  Al palato ti conquista con la sua pericolosa beva, armonico e fascinoso, slanciato e lunghissimo, forte di un tannino raffinato e integratissimo e di una fase sapida tutto gusto, che regala verve a un persistente finale di fiori, aromatiche e frutti di ciliegia e arancia, senza accenni amaricanti. Regala tantissimo, con evoluzione in pieno corso, e su una strada dai paesaggi mozzafiato. Il più emozionante. 95
Poggio al Vento 2001. L’unico campione della serie che mostra qualche segno di cedimento, annunciato da qualche tono più granato e meno vivace nei colori, confermato da sentori leggermente riduttivi all’olfatto. Inflessioni di carota e carne fresca che fanno da comprimari a rose secche, tabacco e frutto rosso un po’ sottotono. Al palato conferma un maggiore cedimento, con piglio meno brillante, più morbido e meno incisivo, con tannino dalla grana non finissima, e ricordi meno persistenti. Il più debole. 83

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Mentre ragioniamo sull’ultima batteria il conte esce dalla stanza e rientra con una bottiglia coperta, che ci versa nei calici. Il tono è granato, fulgido e appena opalescente, mostra età, ma ben tenuta. E’ qualcosa probabilmente oltre i 30 anni, di massa morbida che coccola il bicchiere. Al naso una splendida apertura, con fiori secchi in quantità, e frutta gialla, di pesca e mango, poi noci e foglie di tè, tabacco rosso e arancia. Al palato è sorprendentemente fresco, elettrico, foderato di tannini in velluto. Si distende al gusto, con buona salinità, e si allarga in una sinfonia di ricordi, tra metallico, pompelmo, fumé, liquirizia e caffé, con sottofondo ancora di frutta gialla. Si scopre la bottiglia, etichettata Brunello Riserva 1965. Una sorpresa questo vino di quasi cinquant’anni, perfettamente integro ed emozionante. Da segnare tra i sangiovesi meglio evoluti nel tempo, verace esempio della profondità e del potenziale di questo terroir, tra i più bassi e meridionali della denominazione.

Seconda tappa brillantemente superata, con tanto di bonus Riserva Storica stappata a fine degustazione. Ripartiamo direzione Fattoi, terza tappa della giornata a Montalcino.

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