Ferdinando Principiano, una storia di vino e natura

Non c’è un’insegna a indicare la cantina di Ferdinando Principiano, a Monforte d’Alba, e nemmeno si nota, essendo annessa alla sua abitazione. Una scelta che offre l’idea di un produttore che non vuole stare sotto i riflettori, che non ha bisogno di attirare l’attenzione, perché siano i suoi vini a parlare e richiamare le persone. E noi incuriositi siamo andati a scoprirli nell’ultima visita del nostro giro in Langa.

Incontriamo Ferdinando nella sua cantina, occupato con un cliente, e ci accoglie la moglie Belen, spagnola di Saragozza ormai trapiantata nelle terre del Barolo, che col suo largo sorriso e il suo perfetto italiano dal nitido accento iberico ci racconta l’azienda. Sono felice che sia stata lei a raccontarci dell’azienda, di Ferdinando e delle sue scelte, concedendo anche qualcosa della propria famiglia. E lo dico perché attraverso le sue parole e la luce nel suo sguardo abbiamo percepito quanto la vigna e il vino siano diventati per questa famiglia non solo un mezzo di sostentamento ma un vero amore, che impegna ma allo stesso tempo ripaga non solo in termini economici ma anche in quanto a soddisfazioni.

Belen ci spiega di come il padre di Ferdinando e prima di lui il nonno coltivassero vigne, ma per poi vendere ai compratori le uve o il vino, a seconda di cosa fosse più conveniente. Non imbottigliavano ma si limitavano ad avere una parte di sfuso. Ferdinando seguì fin da ragazzino i lavori della campagna, e si dedicò agli studi di enologia, andando anche a fare gavetta presso altri produttori, dai quali imparò le tecniche di lavoro sia di vigna che di cantina.

wpid-20150105_113846.jpgErano gli anni ’90, per la precisione il 1993 quando produsse e imbottigliò le sue prime etichette. Allora seguiva un’agricoltura tradizionale, con quei trattamenti chimici che a partire dagli anni ’80 avevano rivoluzionato l’agricoltura viticola scongiurando fortemente tanti problemi derivanti da funghi, muffe e parassiti. Ma al passare degli anni Ferdinando alimentava i propri dubbi su queste tecniche, come anche sugli interventi di cantina che spesso andavano a cercare un vino tecnicamente corretto che però gli pareva perdere in profondità e capacità di espressione. Ma ciò che ancor più incise sul suo pensiero fu la salute, perché dopo i trattamenti chimici si sentiva affaticato, destabilizzato dalle sostanze utilizzate, e sulla base anche di esperienze mutuate da produttori e amici con cui si confrontava decise di convertire la sua agricoltura al “naturale”. Dal 2003 niente diserbi, niente prodotti chimici, nemmeno fertilizzanti organici, solo interventi con rame e zolfo quando necessari. Stessa filosofia in cantina, puntando solo alla pulizia degli ambienti di lavoro e alla grande attenzione al ciclo evolutivo dei vini, controllandoli quotidianamente, intervenendo con travasi quando necessario ed eventualmente con uso di solforosa, che altrimenti viene aggiunta solo prima dell’imbottigliamento, e in quantità comunque il più possibile limitate.

Una voglia di naturalità che oggi lo ripaga con vigne sane, floride, che hanno sviluppato una buona resistenza naturale, capaci ormai di stare in equilibrio col loro habitat anche in un’annata difficile come il 2014, della quale si dicono comunque contenti. E lo sono proprio perché hanno visto le difficoltà dei vigneti altrui, spesso colpiti da marciumi e malattie, mentre nei loro campi le piante hanno risposto bene, e sono stati felici di vederle ancora in salute e dare uva bella e sana. Le difficoltà dichiarate sono state soprattutto sul Dolcetto, le cui vigne hanno subito una grandinata che ha lasciato solo un 40% del raccolto, da cui la scelta di fare solo il Dosset, un dolcetto in versione molto leggera e beverina, rinunciando al Dolcetto d’Alba.

L’altra modifica apportata nell’annata 2014 è sul Barolo Boscareto, che normalmente viene pigiato coi piedi. Quest’anno invece si è scelto di fare una pigio-diraspatura tradizionale per eliminare i raspi, che erano un po’ troppo verdi e rischiavano di lasciare tannini sgradevoli in un mosto che invece aveva ottima maturità.

wpid-20150105_113841.jpgOltre a parlarne, il vino lo assaggiamo anche, partendo dal Langhe Bianco 750m s.l.m. , un altro progetto che dimostra l’intraprendenza e la passione di Ferdinando. Ha scelto un vigneto a Serravalle Langhe, piantando barbatelle di Timorasso nel 2011, e ottenendone la prima versione nel 2013. Il terreno, come recita il nome in etichetta, è ad un’altitudine elevata, ma in passato già destinata a vigneti, e la scommessa è di far esprimere questo autoctono bianco piemontese sui terreni ripidi e ricchi di calcare bianco, ottenendo qualcosa di molto distante dall’idea di Timorasso dei Colli Tortonesi, dove le terre sono rosse e il microclima differente. Questa prima uscita è davvero una bella sorpresa, che colpisce subito per le tonalità tra il paglierino e l’oro giovane, che fanno pensare a una leggera maturazione sulle bucce, confermata da Ferdinando, intervenuto nella degustazione proprio mentre assaggiavo questa sua new entry. E lo conferma anche il profilo olfattivo, carico di pesche gialle mature, e un vivo floreale di tarassaco, camomille e ginestre. Dolce e pieno nei suoi sentori, rotondo e avvolgente al palato, con corpo e sapidità finale, fresco ma senza la verticalità delle declinazioni tortonesi, dal ricordo quasi gessoso in un finale lungo tra frutta e fiori gialli. Per la cronaca la prima annata, per le esigue quantità, è stata pigiata coi piedi, e come detto mantenuto parzialmente in macerazione con le bucce, mentre nel 2014 si è passati a metodi meccanizzati. Vino autentico, convincente, un bianco di carattere ed eleganza insieme.

Il secondo assaggio è per il Dosset 2014 (quello delle uve Dolcetto superstiti alla grandinata), che brilla nel calice di bagliori porpora in una massa rubino trasparente. La sua forza è il brio e la freschezza, del colore come dei profumi, di ribes e mirtilli rossi, melograno e un cenno di pepe leggero. E freschezza è la parola d’ordine anche al palato, dove con soli 10,5% scorre leggero e senza pensieri, pulisce il palato e lascia il ricordo croccante del frutto. Lo immagino da stappare e finire nell’arco di un pic-nic sul prato durante le prime uscite primaverili.

wpid-20150105_113829.jpgAltro vitigno a cui mi sono appassionato in queste vacanze langarole è la Barbera, qui declinata in una versione di gran pregio. Infatti le vigne di Principiano sono di un impianto realizzato dal padre di Ferdinando, che ora vantano mezzo secolo d’età, ma la cosa stupefacente è la posizione del vigneto: Boscareto, in mezzo ai filari dei nebbioli da Barolo tra i più ricercati. Ma in quella vigna ci sono ricordi e legami affettivi che vanno oltre a una logica di mercato che farebbe reinnestare tutto a nebbiolo. Ci sono le radici e la gioventù di un ragazzo che su quelle vigne ha mosso i primi passi insieme al padre, e che quel vigneto l’ha visto nascere. E oggi, grato delle esperienze vissute, lo gratifica ricavandone la Barbera d’Alba Laura, che porta il nome della figlia maggiore. Basse rese in vigna, con attenzione a portare grappoli maturi e omogenei in vendemmia, solo qui praticamente tende a selezionare asportando i grappoli più acerbi e le punte più rosse, lasciando uve ben distanziate e arrivando ad avere da 1,5 a 2 kg di frutto a pianta. Da notare che la vigna, insieme a quelle di nebbiolo, è posizionata praticamente sotto Cascina Francia, in un anfiteatro naturale ben esposto, ventilato ma riparato. Sono posti cui anche la tradizione contadina attribuisce la migliore predisposizione alla viticoltura, essendo le aree dove la neve scioglie prima (chiaramente quando nevica).

Il Laura 2013 in verità non necessiterebbe di tanto cappello introduttivo, basta guardare il suo colore vivo di rubino e porpora, sanguigno e pulsante, e metterci il naso per venir colpiti da una folata minerale di pietra focaia, toni quasi selvatici di sottobosco, con mirtilli maturi e marasche croccanti. Il suo assaggio è morbido, quasi carezzevole, con tannini effimeri, mentre la spina acido sapida è salda e sospinge il sorso a lungo su ricordi di frutti ed echi minerali che denunciano la potenza del terroir di Serralunga. Barbera vera e buona.

wpid-20150105_113834.jpgSi arriva al principe di queste terre, il nebbiolo, nella versione del Langhe Nebbiolo Coste 2013. E’ di fatto un Barolo declassato, da vigneti da Barolo per meta in Serralunga e per metà in Monforte. Qui, come per la Barbera, solo passaggio in acciaio, per preservare l’autenticità del frutto. Il suo colore è bellissimo, di rubino perfettamente trasparente, ancora senza inflessioni granate ma anzi brillante di bagliori di gioventù, tanto da ricordare quasi un pinot nero. Nei profumi una sica intensa di rose rosse apre a un piatto di ciliegie e lamponi croccanti, arricchite da foglioline di timo e un accento di liquirizia. Investe il palato di freschezza, penetrandolo con un tannino sottile ed elegante, che mostra la fine tessitura del Barolo, così come il finale minerale e saporito. Un bicchiere che invoglia alla beva e si presta anche all’abbinamento col pesce, di cui Belen ci regala anche una succulenta ricetta (polpo ubriaco) che a breve sperimenterò. Gran bel vino, dove il nebbiolo trova eleganza e ritmo, lontano dall’opulenza delle versioni passate in legno e altresì distante da tanti altri Langhe nebbiolo più rustici e sgraziati.

wpid-20150105_113804.jpgL’annata 2010, col suo clamore mediatico e commerciale, ha fulminato le scorte di cantina, anche se resta qualche mezza bottiglia di Barolo Serralunga 2010, di cui avidamente approfittiamo. I vigneti sono sempre in Boscareto, e qui vi finiscono le uve dei vigneti più giovani, oggi sui venti anni di età, che producono circa 1,5 kg per pianta ma non grazie a diradamenti spinti. Ferdinando è persona mai doma e sempre in cerca di nuovi traguardi e di soluzioni che diano equilibrio e benessere alle sue vigne, e ha scelto di ricorrere a potature leggermente più corte, lasciando meno cime a frutto, e al contempo di non concimare, dando così meno vigore alle piante, che così naturalmente tendono a produrre minori quantità, concentrando al meglio le sostanze succhiate dal terreno.

Nel frattempo Ferdinando torna in casa a dare una mano al figlio Leonardo con i compiti, e dopo qualche tempo torna giù con lui, di lampante somiglianza col padre, ed escono di casa diretti in vigna. Li saluto felice, conscio che la passione sta valicando un’altra generazione e tra qualche anno potremmo avere un altro valido aiuto al fianco di Ferdinando.

Torno alla degustazione del Barolo Serralunga 2010, non così mortificato dal piccolo formato, che ne penalizza solo la quantità consumabile e forse ne accelera un po’ l’evoluzione. Ma intanto godiamo del suo colore già tra il rubino e il granato, vivido e consistente ma di grande trasparenza. Il naso è diretto, articolato attorno a frutti rossi di ciliegia e violette, con erbe aromatiche di rosmarino e menta, cenni speziati di ginepro e liquirizia. Il palato accoglie un liquido succoso e intriso di tannino fitto e rifinito, che avvolge la bocca con grazia e si fonde al calore e alla profondità del vino, lungo su ritorni di violette, aromatiche e con quel tono di liquirizia che completa il quadro. Gran bel bere, oltretutto a un prezzo da non lasciarsi sfuggire.

Prima di lasciarci Belen ci delizia con un altro aneddoto di Ferdinando, che ama paragonare le vigne prima della vendemmia a una donna incinta col pancione, per lui così bella e ricca di vita, pronta a regalare qualcosa di unico e vitale. Li salutiamo con un arrivederci, perché cercherò presto e tante altre volte ancora il piacere di incontrare queste persone uniche, profonde e naturali come i loro vini.

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3 pensieri su “Ferdinando Principiano, una storia di vino e natura

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