Fiano fiano…buono buono

wpid-2015-01-17_19.46.32.jpgEra da un po’ di tempo che rimuginavo il desiderio di approfondire una regione che purtroppo mi sento di conoscere poco, o almeno troppo poco per il grande potenziale vinicolo di cui è capace. E’ la Campania, terra di grandi bianchi ma anche terra dove l’aglianico trova pregevoli espressioni (leggi Taurasi). Ma era proprio sui suoi bianchi, ormai conosciuti in assoluto per la capacità di coniugare accessibilità immediata di beva alla longevità e predisposizione all’evoluzione. In particolare Fiano e Greco mi incuriosiscono e invogliano alla scoperta, e grazie all’esperienza e ai contatti dell’amico Michele “Pico” Palermo abbiamo organizzato una serata con l’obiettivo centrato sul Fiano.

Si tratta di un vitigno piuttosto resistente, tardivo (si vendemmia dai primi di ottobre), capace di buone prestazioni anche in annate più sfortunate, dove invece soffre maggiormente il più delicato Greco. Buccia piuttosto spessa, acini sufficientemente spargoli, buona vigoria e rese potenzialmente anche abbondanti hanno sicuramente dato una mano al rilancio di questo vitigno nel’area campana, in particolare in Irpinia, con baricentro nel comune di Lapìo. Le zone di coltivazione vanno circa dai 300 ai 700 metri sul livello del mare, ed i terreni nella zona sono piuttosto eterogenei. Ogni vallata mostra substrati differenti, da fondi calcarei a basi argillose, ma componente piuttosto comune è la presenza di sabbie vulcaniche (giunte in passato dal Vesuvio), che conferiscono spesso tonalità grigiastre ai suoli, e contribuiscono marcatamente all’impronta minerale dei vini.

La riscoperta del Fiano è dovuta a  Mastroberardino, la prima azienda a crederci e a rilanciare questo vino, caduto nel dimenticatoio fino agli anni ’70 ma poi recuperato grazie ad azzeccate scelte agronomiche, enologiche e commerciali. Il Fiano di Avellino cominciò ad essere apprezzato anche e soprattutto come un perfetto compagno per i piatti di mare, da cui la scelta di metterlo sul mercato a pochi mesi dalla vendemmia, giusto prima dell’estate. Da ciò la ricerca di protocolli di cantina attenti e mirati a esprimere al più presto la ricchezza di profumi e amalgamare le doti di freschezza, morbidezza e mineralità per concedere una beva pronta.

Fu Vadiaperti (oggi Traerte, a Montefredane) la prima azienda a imbottigliare Fiano in proprio, nei primi anni 90, smettendo di conferire uve a Mastroberardino, che acquistava, e tuttora lo fa, ingenti quantità di uve dal comprensorio, oltre a sfruttare i vigneti di proprietà. La scelta scosse un po’ gli animi ma ravvivò il mercato e gli animi dei vignaioli, che videro aprirsi una nuova strada e in pochi anni fecero nascere diverse aziende vtivinicole nell’area di Lapìo e dintorni.

Pietracupa partì nel 1993, inizialmente con vini un po’ artigianali, ma subì il salto di qualità con l’arrivo di Sabino Loffredo in cantina. Il ’94 vede nascere Colli di Lapìo, dalle mani di Clelia Romano, vignaiola in grado di esprimere la parte più ricca ed espressiva del vitigno, più lontana dalle espressioni più rigide dei vini di Montefredane (zone più fredde ed elevate). Nel ’96 proprio a Montefredane iniziò la sua attività Antoine Gaita (Villa Diamante), purtroppo scomparso proprio in questi giorni, proprietario del vigneto Toppole, nella zona più alta del comune.

E’ poi da Summonte che giunge una vera svolta: Guido Marsella sceglie di aumentare l’affinamento, protraendolo fino a fare uscire il vino un anno dopo, e sfruttando le fecce fini per arricchire e arrotondare la struttura. La sua scelta raccolse i consensi della critica e del pubblico, tanto poi da essere seguita anche da molti altri, con lo scopo di avere vini pronti ed equilibrati all’uscita, ma anche in grado di sostenere un lungo affinamento in bottiglia.

Oggi tante realtà anche nuove e giovani si affacciano sul mercato del Fiano, e noi siamo andati ad assaggiare qualcosa, servendo i vini alla cieca, per valutare le espressioni senza il condizionamento delle etichette.

wpid-20150117_122032.jpg1. Radici 2013 – Mastroberardino. Colore tenue dalle nuance verdoline, inonda il naso con profumi ben articolati, dai fiori allo iodio, dalla pesca bianca alle bacche di ginepro. Entra morbido e cremoso, forse ancora non completamente amalgamato nelle sue componenti, ma ha buon equilibrio e un finale piuttosto lungo su toni di mandorla e ginepro. Figlio di un annata, altalenante, comunque abbastanza buona per il fiano irpino, qui interpretata in maniera molto tecnica. E’ un vino fatto per piacere, e piace. 85

wpid-20150117_122037.jpg2. Zagreo 2013 – I Cacciagalli [IGT Roccamonfina]. Un altro mondo il suo color oro denso, che fa pensare subito a una macerazione, confermata dai sentori ricchi e caldi, di camomille, arancia bionda e nocciola, con un netto richiamo di basilico. Al palato è un filo rustico, vivacizzato da un cenno petillant e un’acidità che colpisce la punta della lingua. Si dispiega al palato con tutto il suo gusto, lungo, potente e dal finale minerale. Coniuga l’artigianalità e l’eleganza, rendendosi affascinante per le sue peculiarità Qui siamo nella zona del Falerno alto, nel casertano, e questo vino compie il suo percorso in anfore di terracotta, in stile georgiano per quanto riguarda fermentazione con le bucce e affinamento, salvo che i contenitori non sono interrati ma mantenuti in cantina fortemente umida. Espressione atipica ma intrigante. 84+

wpid-20150117_122045.jpg3. Refiano 2013 – Tenuta Cavalier Pepe. Torniamo a un colore canonico, paglierino chiaro, che accomuna molti dei campioni giovani degustati, di un tono che fa pensare a un vino semplice che invece poi solitamente sorprende al naso. Qui i profumi non sono violenti e ricchi ma giocano la carta dell’eleganza. Lieve la tipica nota di nocciola, unita a sbuffi di fiori di acacia e menta, con ricordi di pera dolce e cenni di pompelmo. Al palato ha grazie ed equilibrio, fresco, sottile e abbastanza sapido, con finale di frutto dolce dove il ricordo di pompelmo maturo è privo di cenni amaricanti. E’ un’azienda guidata dalla giovane Milena Pepe, incontrata a Merano, dove mia aveva proposto questo Fiano di Avellino, raccontandomi di come utiizzino il freddo nelle varie fasi della vinificazione per preservare i profumi. Sposano inoltre la tecnica dell’affinamento sulle fecce fini per dare rotondità e completezza al vino. Ben riuscito. 84

wpid-20150117_122049.jpg4. Fiano di Avellino 2013 – Tenuta Ponte. Azienda giovane, nata dalla collaborazione tra diversi piccoli proprietari, che in parte acquistano anche uve da vicini. Tono sempre tra il paglierino tenue e il verdolino, e naso giocato tra ricordi di gomma pane, agrumi gialli, nocciola e fiori bianchi. Al palato entra appena petillant, ma cremoso, con un bell’allungo dove sapidità e acidità progrediscono al gusto piacevolmente, con buon finale appena amaricante di lime. Un vino di non infinite sfaccettature ma che appaga il palato e mostra bella struttura, probabilmente dai futuri bei risvolti evolutivi. Bevuta piacevole ed anche parecchio economica (al pubblico sotto i 10 euro). 85

wpid-20150117_122054.jpg5. Aipierti 2013 – Traerte. Dall’azienda Traerte, che ha raccolto l’eredità di Vadiaperti, il cui ex-reggente Raffaele si occupa ancora della parte agronomico-enologica. Il colore segue i canoni su citati di paglierino tenue e sfumature verdine, e il naso è piuttosto aperto ma appare un po’ scomposto, vuoi per il recente imbottigliamento e per il viaggio subito da poco. Note medicinali e fumé, con ginepro e spezie in evidenza, davanti forse a un frutta bianca matura un po’ in secondo piano. In bocca si esalta sulla parte sapida e minerale, con un tono nocciolato tostato evidente e sbuffi eterei quasi da canfora. Fresco e abbastanza morbido, ancora con qualche spigolo, con toni amaricanti e ancora in via di assestamento, come percepito al naso. Da attendere per rivalutarlo su futuri assaggi. 80-

wpid-20150117_122057.jpg6. Sannio Fiano 2012 – Fosso degli Angeli. Usciamo nuovamente dall’Irpinia per sconfinare nel Sannio, con questa versione poco comune, con l’adozione del passaggio in rovere francese. Il tono è paglierino vivo, abbastanza concentrato e lucente, ma al naso è un po’ frenato da una cappa sulfurea (solforosa), che quando si dirada mostra note di salvia, pompelmo e frutti dolci di mela, con ritorni minerali di pietra focaia. Assaggio fresco e sapido che poi diventa morbido, perdendo un po’ lo slancio iniziale e mostrando quasi di essere già maturo, sicuramente equilibrato e gradevole, ma meno accattivante nella percezione gustativa, dove risulta evidente l’impatto dei legni. 81.

wpid-20150117_122109.jpg7. Fiano di Avellino 2012 – Di Prisco. Azienda prevalentemente rossista di Fontanafredda, che mostra però buone qualità sui bianchi di casa. Il ventaglio olfattivo mostra la tipica nocciola e fiori gialli, con accenni alle bacche di ginepro e agli agrumi, su pesca bianca matura. Fresco e rotondo al palato, con morbida rotondità e una vena di affumicatura al ginepro che apre a un finale di roccia vulcanica, con note di mandarancio e arancia amara finale. Tradisce forse un cenno di residuo zuccherino, che cerca di dare armonia a un vino ancora un po’ in fase di assestamento, pur già gradevole. 83.

wpid-20150117_122113.jpg8. Fiano di Avellino 2012 – Guido Marsella. Il precursore dell’affinamento sulle fecce fini ci presenta un vino dal colore di oro vivo, consistente e vibrante di luce. I suoi sentori parlano di mandorla e denotano una certa spinta alcolica, che trascina in sequenza ricordi di nocciole, fiori di sambuco e salvia. Al palato entra fresco e teso, sapido. Elettrico e violento mi appunto, con calore che arriva in seconda battuta, a chiudere una bocca potente e piena, con ricordi insistente e belli di erbe aromatiche. E’ ancora giovane e promette grandi cose negli anni a venire. Sorprende per persistenza tra note fumè e balsamiche finali. Tra i miei preferiti. 88.

wpid-20150117_122117.jpg9. Fiano di Avellino 2012 – Rocca del Principe. Azienda giovane situata a Lapìo a pochi metri da quella di Clelia Romano. Tono paglierino vivo alla vista, attacco fine e ben delineato al naso, con agrume giallo, fiori di acacia e la quasi immancabile nocciola, e note di pesca gialla matura. Attacca la bocca con dinamica freschezza, intrecciata a sapidità buona, che sfocia in un finale agrumato e nettamente saporito, con echi “nocciolosi” e una sottile persistenza sulla cifra dell’eleganza. Rivelazione. 87++

wpid-20150117_122122.jpg10. La Congregazione 2012 – Villa Diamante. Doveroso raccontarci qualcosa di Antoine Gaita, produttore sensisbile e sperimentatore. Iniziò lavorando il Fiano in legno, per poi lasciarlo e prendere strade nuove, sempre attento ad ogni vendemmia nell’interpretare l’annata, provando la soluzione più congeniale per la buona riuscita del suo vino. Questo 2012 mostra una delle sue ultime scelte, quella della fermentazione con lieviti autoctoni e senza controllo delle temperature, che gli dona ampiezza di aromi, pur non ineccepibili per precisione (un po’ di volatile): si esprime largamente nel panorama dei fiori, il basilico, le mandorle e ricordi di banana verde e pasta madre, con frutti di mela gialla e sfumature di miele e spezie di curcuma. Sprizza gioiosa freschezza al palato, dove si allarga con con sapidità e calore, chiudendo con finale iodato, dove si rincorrono note di mela gialla, miele e carruba. Originale e autentico, di bella prospettiva ma con tratti appena rustici. La sua etichetta tradizionale è Vigna della Congregazione, ma questa annata esce come “La Congregazione”, in quanto declassato a Fiano Campania IGT per non aver superato la selezione della DOCG, a causa proprio della sua originalità. A mio gusto comunque cremoso, ricco e con verve, sapore e personalità. 85+

wpid-20150117_122130.jpg11. Cecerale 2012 – Azienda Agricola San Salvatore [IGP Paestum Fiano]. Azienda incontrata a Merano che mi aveva molto incuriosito sia col suo Greco che col Fiano Pian di Stio. Adottano coltivazione biologica e producono nella zona del Cilento, e ancora una volta usciamo dall’Irpinia. Qui analizziamo però un vino su cui si è scelto di non aggiungere solfiti, con la consulenza enologica di Cotarella. Il colore attira, di bel tono di oro giovane, ma il vino è poco espressivo al naso, con marcate note di lieviti, quasi da metodo classico, poi note di mele gialle mature e una fastidiosa impronta vinilica. Al palato un cenno di carbonica, poco nervo sapido, e freschezza dimesso. Un vino davvero poco significativo nel panorama odierno. Boh. Peccato perché mi aspettavo qualcosa di interessante avendo assaggiato gli altri vini aziendali.

Prima di passare alla batteria di Fiano del 2010, annata “portentosa” in Irpinia, il nostro “docente per una notte” Pico ci dà due dritte geografiche, per farci collocare mentalmente le vigne di alcuni produttori incontrati, come la Contrada Vadiaperti che parte da Avellino e risale la valle del Sabato, facendoci incrociare a mezza costa le vigne di Aipierti, mentre proseguendo e aumentando in quota si arriva a Pietracupa, con la colina di Toppole sulla sinistra, dove si dividono il paesaggio i filari del Cupo e di Villa Diamante, accomunati quindi dallo stesso terroir.

wpid-20150117_122134.jpg12. La Grand Cote – Pascal Cotàt. Non siamo davanti a un francese innamorato dell’Irpinia ma di un intruso di spessore, portato per alcune assonanze gustative. Il suo colore è un paglierino piuttosto intenso e vivo, che sprizza gioventù. Alcol e sale la prima impressione al naso, poi salgono note di timo, sapone di marsiglia, biscotto, sedano e cumino, nota che al passare del tempo diverrà sempre più incisiva. Si nota anche un cenno burroso, che prelude a una bocca dall’attacco morbido, dove marcia bene la coppia fresco-sapida, in magistrale equilibrio. Percepiamo un piccolo residuo zuccherino, e godiamo della lunga persistenza, dominata da un ricordo di cumino netto. Profondo ed elegante, ma personalmente difficile andare oltre il primo bicchiere. Comunque ineccepibile. 88.

wpid-20150117_122137.jpg13. Fiano di Avellino 2010 – Pietracupa. Qualche dubbio sul tappo, non perfetto, ma un piccolo difetto iniziale svanisce appena il vino assorbe un po’ di aria, svelando un bel frutto di albicocca, poi un ricordo di finocchio, un bel cenno iodato che arriva quasi al pesce azzurro, e la nocciola affumicata con la sua scia. L’assaggio scalpita di freschezza, e si condisce di sale, con susseguirsi di ricordi di crema, frutti gialli maturi e nocciola. Il suo comportamento al palato è dinamico, entra come una lama poi si arrotonda e si allarga, affonda con l’arma della sapidità e si protrae a lungo, con bell’equilibrio generale, oggi pur ancora piuttosto lontano dalla sua maturità. Vino nettamente nelle mie corde, pur da bottiglia non perfetta. 87++

wpid-20150117_122141.jpg14. Fiano di Avellino 2010 – Ciro Picariello. Cromatismi di paglia luminosa, naso determinato e ricco, la nocciola tostata si ricopre qui di una pralintatura dolce, il frutto giallo di pesca è accompagnato da limone e cedro maturo, e ancora il dattero, il caramello e la cipria a comporre il ventaglio. Ti aspetti toni maturi, ma la bocca ti spiazza con una tensione acida elettrica, e poi sapido e vivo. Ti trapassa la bocca e va dritto all’anima. Mi rimanda la mente a cose belle ed eleganti come certi bianchi di Puligny-Montrachet. Non so dove potrà arrivare questo vino, oggi di vitalità, eleganza, impertinenza, fascino, e uno sguardo che mira lontano. Se non si fosse capito, il mio preferito. 91.

wpid-20150117_122148.jpg15. Fiano di Avellino 2009 Antica Hirpinia. Tono oro pieno, che denunica una certa evoluzione. Tra i suoi descrittori ritroviamo la crema al limone, note marine, quasi di acciughe, il timo, e un tono fumé. Fresco e morbido, con discreto sapore, frutto un po’ in secondo piano e ricordi del legno un po’ in evidenza. Corretto ma non emoziona. 80-.

16. Apriamo la batteria dei 2008 con una bottiglia sfortunata, dove il colore oro vecchio preannuncia qualche cedimento, ma non possiamo valutarne nulla, privati di questo assaggio dai nefasti sentori lasciati dall’Armillaria Mellea. Peccato per il Cupo 2008 di Pietracupa.

wpid-20150117_122200.jpg17. Verdicchio di Matelica 2008 – Collestefano. Altro intruso, che si fregia di un bel color oro giovane, dai bagliori ancora verdolini. Potente la sua apertura olfattiva, con note di iodio, cipria e una componente fumé, mentre i frutti sono di mele, datteri, fichi e miele. Al palato affonda con una taglienza mai avvertita in tutta la serata, che fa intendere subito di essere davanti a un intruso, anche per la sua mineralità quasi “marina”, che lascia un sapore ricco al palato, dove incede in corrispondenza al naso, con bella chiusura su fini ricordi agrumati. Per me un must. 90+

wpid-20150117_122206.jpg18. Fiano di Avellino 2008 – Colli di Lapìo (Clelia Romano). Anche qui le nuances sono quelle dell’oro, mentre i profumi evolvono su note di arancia candita, miele, un ricordo torbato e di tabacco biondo, con la nocciola tostata ancora ben presenta. Un vino che trova il suo equilibrio, di sapidità sottile e non dominante, rotondo tra componente alcolica e morbidezze che avvolgono con un sorso confortevole e ben prolungato sui ricordi incontrati al naso. Vino in fase di maturità, ancora pienamente godibile per un paio di anni almeno. 86

Chiudiamo la serata scambiandoci opinioni sui vini, ormai consci del potenziale e delle diverse facce del Fiano, provando qualche sorso rimasto nei calici in abbinamento a un piatto della tradizione campana rivisitato. Un Gattò di patate con friarielli (cime di rapa), cotechino e caciocavallo silano affumicato, che completa il matrimonio con le note di nocciola tostata del Fiano, ritrovata nella maggior parte delle sue espressioni. Degna conclusione di una serata che ha soddisfatto la mia curiosità sul Fiano, alimentando la voglia di scoprirlo ancora in altre annate ed espressioni.

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