Viaggio spazio-tempo nell’Aglianico

picoAbbiamo buttato là l’idea di una serata sull’Aglianico, e in particolare sul Taurasi, all’amico Michele “Pico” Palermo (qui nella foto di Giorgio Melandri), grande bevitore napoletano, collezionista ed esperto di vini, che conosce a menadito cantine, annate e vigne della sua regione. Lo abbiamo stimolato su un argomento a lui caro è si è scatenato tra la sua cantina e quella di fidati amici a reperire bottiglie che ci fornissero un panorama dell’aglianico, con speciale focus sull’areale del Taurasi e sul suo massimo interprete, per storicità e costanza qualitativa, ovvero Mastroberardino.

La degustazione è stata intelligentemente suddivisa in 3 fasi. Nella prima una batteria da 6 vini, toccando diverse zone tipiche per l’aglianico: Falerno, Sannio Beneventano, Irpinia, Cilento e Vulture. Nella seconda batteria invece una piccola orizzontale di taurasi del 2001, annata di grande importanza, che portò vini generalmente austeri e da lungo invecchiamento. Quindi a conclusione una verticale di Taurasi Radici di Mastroberardino, culminante con alcune bottiglie davvero vintage, con un escursus nel Vulture.

Breve l’introduzione sui territori, in generale con presenze di sabbie vulcaniche, specie in Irpinia e nell’area del Massico, più o meno fitte, con un substrato che diventa anche di roccia vulcanica sul Vulture (dove anche il calcare è in buona percentuale), mentre aumentano le quote di argilla nei terreni del Sannio e del Cilento, con l’influenza del mare sicuramente più importante su quest’ultimo e sui vini del Falerno del Massico. Ma prima di tutto abbiamo lasciato parlare i vini, serviti alla cieca.

wpid-20150225_234501.jpg1. Il colore è un rubino fitto e impenetrabile, dai riflessi violacei, che macchia il calice densamente. Su questa linea tutta la batteria, tranne un vino, che specificherò. Iniziamo subito alla grande, con un naso complesso e attraente, fitto di profumi di sottobosco, lamponi, fragole, che mano a mano evolve rivelando cipria, macchia mediterranea, ginepro, chicchi di caffè e una bella vena balsamica. Al palato è fresco e giovanissimo, intenso e decisamente centrato sul frutto, accompagnato da fiore di glicine e nel finale note scure di tabacco e liquirizia in radice. E’ succoso e lungo, di buona sapidità, con tannino fitto ma ben distribuito sulla bocca, in pregevole equilibrio, sempre in tensione e in splendida forma. Scopriamo che proviene da una vigna di 80 anni, a circa 500 m di altitudine nella valle del Calore, oggi di Luigi Tecce, e dedicata al suo Poliphemo. Ma questo si chiama Nude 2004, ultima annata di Cantina Giardino, prima della cessione del terreno. 90 punti e forse più, per il vino rivelazione della serata.

2. Qui il naso è intenso ma dominato da un ricordo di glutammato, che nasconde ricordi di frutto scuro surmaturo, legno bagnato e cera.  Poliphemo 2005. Al palato il tannino è morbido, pieno e vellutato, la freschezza ancora non viene a mancare ma il finale è tutto sapido fino all’amaricante, con ricordo di sedano, segno di un’evoluzione dove si trovano sia ricordi di ossidazione che di riduzione. Peccato perché sotto si sente la materia, ma certamente non espressa al meglio. E con stupore scopriamo essere frutto della medesima vigna del Nude di cui sopra, ma dell’anno successivo, con il Poliphemo 2005 di Luigi Tecce, alla sua prima vendemmia su questo vigneto. Sappiamo bene che in seguito ha saputo (e sa) fare cose grandiose.

wpid-20150225_211935.jpg3. Torniamo a un profilo intrigante, disegnato su un fresco mentolato, ciliegia e prugna maturi, moka e cioccolato al latte, virando poi su toni di gomma e sottobosco. Al palato ci si aspetta più apertura, invece si ficca dritto a centro bocca, spinto su viva freschezza che lo mantiene verticale, con un tannino ancora astringente, pur se di grana fine. Manca un po’ di polpa in bocca dove ha una buona persistenza ma chiude con un impronta ancora evidente di legno, con toni di propoli e mirtilli scuri. Si tratta dell’ Etichetta Bronzo Falerno del Massico Rosso di Masseria Felicia, da una vigna risalente agli anni ’90, in cui concorre anche una quota di piedirosso, come regolato dal disciplinare della DOC. Le due uve sono raccolte contemporaneamente, pur avendo normalmente tempistiche di maturazione diverse, ma a ridosso del mare la buccia più sottile dell’aglianico ne abbrevia il ciclo, avvicinandolo a quello del piedirosso, che lascia forse un’impronta tannica leggermente verde a causa dei suoi vinaccioli più aspri. Riassumendo bellissime promesse al naso, meno mantenute in bocca, dove comunque compie bene il suo lavoro. 83

wpid-20150225_211116.jpg4. E’ questo il campione che stacca gli altri sul piano del colore, con una trasparenza maggiore, che lascia comunque più spazio all’immaginazione che alla vista nel fare trapelare figure sotto la sua massa di denso rubino. Molto chiuso nelle prime battute, con un accenno di riduzione che va dispiegandosi e lasciando uscire note d foglie secche di tabacco, grafite e ciliegia in confettura, con piacevole nota di liquirizia che aumenta di intensità al passare del tempo. Al palato scorre bene, in bell’equilibrio, con tannini domati ma vivi, ben amalgamati in una massa trascinata da buon piglio acido, arrotondata da legni che ancora lasciano un ricordo netto del loro passaggio, chiudendo comunque tra note fumè e di liquirizia. Bella beva oggi e ancora anni davanti per questo Naima 2004,  Viticoltori De Conciliis, dal Cilento (IGT Paestum Aglianico), per la cronaca 1 anno di barrique anche nuove e 2 anni di tonneau usati. 85

wpid-20150225_212741.jpg5. Un campione che ancora ci mostra la volubilità nel bicchiere dell’aglianico. Subito intrigante e diretto, poi si ritrae al naso, quasi timido nell’esprimersi, accennando caffè, vaniglia, e un tono floreale. E’ al gusto ce torna a parlare, con ricordi di carne, menta secca e un tono affumicato e ferroso. Il suo tannino è piuttosto fine di tessuto, ma tende a legare la bocca e lasciarvi uno strascico amaricante nel finale, con ricordi di erba fresca, crema di caffè e nocciola frammisti a piccoli frutti scuri. Mostra ancora le armi della gioventù e un carattere che lascia trasparire l’altitudine e la vocazione al vitigno tipica che è facile trovare nell’area di Barile, sul Vulture, dove Rino Botte produce questo Macarico 2005, Aglianico del Vulture. 84+

6. Quasi fatico a inquadrare il ventaglio olfattivo di questo scuro vino, dove note di carne fresca si mischiano a ciliegia in confettura, e salgono sbuffi di pepe verde, caffé e note etere di smalto. Al palato è fresco, quasi agile, con tannino leggero pur se lascia il palato un po’ ruvido e asciutto nel finale, complice un alcol ricco ma ben integrato, che lascia il suo calore solo in coda, mentre il vino chiude su sensazioni di tabacco rosso, menta e cenni amaricanti di mandorla verde. E’ un bel vino, di classe e buona progressione, ma percorso da qualche nota verde, frutto forse di un percorso che cerca di coniugare potenza ed equilibrio. Trattasi del Bue Apis 2004, vero cru di Cantina del Taburno, proveniente da vecchi vigneti a circa 350 mslm, allevato con tradizionali impianti a raggiera, curato dalla collaborazione con Luigi Moio, docente di enologia all’Università di Napoli e vero riferimento in regione e dintorni. 83

Proseguiamo con un focus sull’annata 2001, quando una gelata a Pasqua ridusse le rese falciando parte dei fiori già spuntati sulle viti, poi il prosegui fu favorevole, con agosto siccitoso e ottobre e novembre piuttosto asciutti, con buone escursioni termiche. Situazione che ha dato vini con ricca materia ma acidità elevate, di buon potenziale quando ben amalgamanti nelle componenti.

7. Purtroppo emergono in primis importanti note di riduzione che richiamano il minestrone e il sedano cotto. Al palato si salva, con freschezza, intensità, tannino buono, e sapidità esplosiva nel finale, tra pietra focaia e ferro, ma sempre col ritorno della nota di sedano a chiudere. Grazie alla presenza dell’amico enologo Giacomo Mazzavillani impariamo che questi sentori sono prevalentementi imputabili a una molocola detta glutatione, che si sviluppa in fermentazione e può acquistare importanza durante l’affinamento. Ci se ne può liberare con travasi ed eventualmente filtrazioni. Era il Taurasi 2001 Di Prisco, dalle vigne di Fontanarosa.

wpid-20150225_214830.jpg8. Qui il profilo olfattivo ritrova apertura e pulizia, con ricordi ematici e di menta, una buona spinta alcolica trasporta il frutto di prugna e ciliegia sciroppata, e seguono ricordi di liquirizia e torba. Entra al palato con freschezza ancora salda, un tannino ben rifinito e avvolgente e una sapidità finale importante. Chiude con un velo fumoso e note di tabacco tostato. Ha il suo bel perchè, pur se un po’ asciutto nel finale, complice un’importante componente alcolica. Trattasi del Taurasi Macchia dei Goti 2001, di Caggiano Antonio, ancora con la consulenza di Luigi Moio. 85

9. Perillo Taurasi Riserva 2001. Ucciso dal TCA.

wpid-20150225_215340.jpg10. Si va su nuance dolci di vaniglia e arancia candita, su confetture di frutti scuri e tabacco tostato. E’ di valida spinta acida che gli da slancio, che diventa potenza in combinazione con il tannino fitto e fine, avvolgente, addolcito da un buon calore, che porta con sé sapidità in un finale appagante e gustoso, dove si ritrova la dolcezza del candito (solo negli aromi, non nel residuo, assente). Era un validissimo Taurasi Vigna 5 Querce 2001 di Salvatore Molettieri, da Montemarano. 86.

Parte il viaggio indietro nel tempo, con una verticale di Radici Riserva di Mastroberardino, con intruso datato nelle battute finali.

wpid-20150225_233850.jpg11. Taurasi Radici Riserva 2004. Toni di rubino, fitto e poco trasparente. Al naso è intenso, mentolato, fresco e dolce insieme di vaniglia, amarena, con sbuffi di moka. Ingresso al palato altrettanto veemente, potente, con tutta l’esuberanza di un vino che sbandiera la sua gioventù. Saporito senza eccessi, dal tannino ben raffinato ma volumico, chiude su ricordi di agrume scuro, verso il metallo e caffè, in bell’equilibrio che lo prolunga piacevolmente. 87

12. Taurasi Radici Riserva 2001. Naso molto affine al precedente, più incline ai toni dell’arancia e screziato da un cenno di riduzione. Sembra la naturale evoluzione del precedente, con bocca ancora tesa e tannino fine, più maturo e appena più rotondo, pur percorso da un finale di frutto dolce di ciliegia, vaniglia e un tocco amaricante di radice. 86

13. Taurasi Radici Riserva 1999. Inizia a perdere un po’ di colore, acquistando maggiore trasparenza. Apre anche qui con un cenno di riduzione, e un ricordo di carne, che si unisce a frutto rosso maturo e cenni floreali di lavanda secca. Elegante nella veste odorosa come nella trama di bocca, dove scorre fresco e sapido, incede con passo sicuro e cadenzato, calpestando a lungo le papille con ricordi di rabarbaro, china, cola e un frutto che non cede il passo agli anni. Prova a incantare. 88

14. Aglianico del Vulture Riserva 1985 D’Angelo. Si cambiano montagne e cambia il colore, nettamente più trasparente, e dai toni granato. Impatto su ricordi minerali di focaia, che possono ricondurre al territorio vulcanico d’origine, poi fungo, caffé, alcol e cenere, ma anche paprika dolce, tabacco da pipa e cioccolato al latte. Fresco al palato, dal corpo snellito dagli anni, lungo, sottile ed elegante, su ritorni di cacao, tabacco e paprika. 86

15. Taurasi Riserva 1985 Mastroberardino. Torniamo nel Taurasi ma restiamo alla stessa annata, quell’85 che ha dato i natali a vini che sono storia e riferimento dell’enologia italiana (da poco Vinitaly ha presentato una degustazione proprio di questa folgorante annata per celebrarne i 30 anni). Rubino trasparente e vivo il suo colore, quasi non scalfito dal tempo. Menta, tabacco e cacao a marcare il naso, che si arricchisce con bergamotto, cenere di camino, pout pourri di fiori e foglia di tè. Sprezzante del tempo mostra ancora una dinamica da invidia, elegante e leggiadro, con tannino finissimo e bella freschezza, in pieno equilibrio, l’alcol non ci si accorge che ci sia, ma c’è il suo lungo sapore, decisamente su note di tè. Grande vino. 92

wpid-20150225_234351.jpg16. Taurasi 1973 Mastroberardino. La bottiglia mostra i segni del tempo, ma meno li fa trasparire il colore, ancoro tra un cuore rubino e un orlo granato, persino di buona trasparenza. Al naso ha guizzi di vitalità immensi, intenso con ricordi di fiori secchi, spezie di zenzero, sigaro, ferro e fumo. Al palato è ancora vivo, pure a fine del suo ciclo, da godere in questi suoi ultimi anni di gloria. Il suo tannino è risolto, assorbito e in gran parte precipitato, e lascia un ricordo ematico e di zenzero. Cimelio. 85

Abbiamo avuto la dimostrazione che quando il lavoro di cantina segue con attenzione queste uve scorbutiche l’aglianico mostra grande capacità di evolvere nel tempo senza perdere tensione e tramutando la potenza in una veste più elegante e composta. Un vino capace di dare emozioni, e di sorprendere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...