Loreto Aprutino, perla d’Abruzzo

Ci sono serate di degustazione che diventano belle esperienze, altre che sono divertimento e condivisione, altre che arricchiscono di nozioni e notizie su luoghi e produttori, e poi ci sono serate come quella vissuta a Reggio Emilia, in cui ti catapulti in un territorio con i suoi protagonisti, ascoltando le loro parole permeate di passione e degustando i loro vini, con comune denominatore il terroir di Loreto Aprutino (PE), e nelle loro corde note capaci di suonare melodie per l’anima, segnandola con ricordi indelebili.

wpid-20150313_002313.jpgSono stati Vania Valentini e Francesco Falcone, con la Delegazione AIS di Reggio Emilia, a portare nelle fastose sale della cantina Albinea Canali tre rappresentativi produttori del medesimo comune, all’anagrafe Fausto Albanesi (azienda agricola Torre dei Beati), Stefano Papetti (Azienda agricola De Fermo) e Francesco Paolo Valentini (azienda agricola Valentini). Storia, presente e futuro di un territorio che in parte già conoscevo, ma di cui abbiamo cercato di abbracciare la completezza, andando a scoprire le peculiarità di un luogo dalla forte identità enoviticola, però misconosciuta se non per la luce gettatavi dalla maestria di quel faro che è stato l’indimenticato Edoardo Valentini, che pare aver trasmesso tutta la sua meticolosità e la sua passione al figlio Francesco Paolo, oggi testimone del passato oltre che validissimo interprete del presente e, certamente, del futuro.

Se non interessano i racconti e le storie, ma siete solo curiosi delle impressioni sui vini scorrete la pagina e tuffatevi nella lettura di calici sicuramente unici, che non troverò mai più uguali, e per questo serberò nella memoria col piacere dell’irripetibilità dell’esperienza.

Ma se vorrete entrare nel profondo di un territorio e scoprire le persone che plasmano quei vini, proverò a riportare un poco di quello che, attraverso l’intervista di Falcone ai protagonisti, ci ha veramente trasmesso il “senso” di un microcosmo enologico (e ulivicolo) che meriterebbe più fama di quella attuale. Discorso che vale del resto per le tante eccellenze enogastronomiche che l’Abruzzo sa riservare a chi si getta sulle sue strade, tra la natura selvaggia e i borghi autentici, incontrando i produttori artigiani che ancora vi operano, immersi in un’atmosfera autentica e quasi incontaminata, così lontana dalla ribalta e così concretamente genuina.

wpid-20150313_001633.jpgIn una sorta di trama circolare, si è cominciato riportando un passo dell’intervista, più unica che rara, rilasciata da Edoardo Valentini all’enogiornalista Sangiorgi, dove di parla di buonsenso, che per il Maestro significava mettersi dalla parte delle piante, pensando cosa è meglio per loro, perseguendo l’equilibrio attraverso l’umiltà, subordinando la ragione all’istinto. Un concetto forte che mostra la visione di un uomo che mette davanti la vigna e la sua salute, lontano da preconcetti agronomici o enologici, ma basato sulla conoscenza, attento e sensibile fino a costruire un rapporto quasi empatico con le vigne, vera fucina dove si consolida e si plasma la maggior parte dell’anima del vino che ne deriverà.

Alla domanda “Cos’è la qualità?” i tre viticoltori delineano un quadro che vede “sacrificio e molta fortuna” per Papetti, perché lavorare la vigna significa il sacrificio di un intero anno, che trova il suo esito nella vendemmia e nel vino, mentre la fortuna deve aiutare a non perdere il lavoro fatto. E come fortuna si intende anche quella di avere terreni in un territorio vocato. Per Albanesi invece qualità significa impegno, non casuale ma nato dalla conoscenza approfondita, per costruire un discorso organico, sulla falsa riga di quella che è la scuola Valentini, e che Francesco Paolo traduce come ricerca continua su più fronti. Per lui tutti parte dal territorio, dalle cultivar autoctone, legate a doppio filo con le terre dove sono ambientate, e in ultimo dalla ricerca dell’uomo dalla vigna alla cantina, una ricerca esasperata e senza fine, perché la natura è mutevole e in continua evoluzione.

Tra le fortune dei tre produttori c’è in effetti quella di vivere e lavorare in luoghi davvero magici per le viti e gli ulivi. Una posizione al centro di un cortocircuito geografico dove le montagne occupano la maggioranza del territorio, a loro volta coperte più da boschi e pascoli che da campi coltivati, con l’eccezione di quel serbatoio di vigne che è Chieti. Un territorio ricco e generoso per l’agricoltura, dove il clima mediterraneo è caratterizzato da costante ventilazione, per le correnti che si incrociano dai pendii alle coste, e forti escursioni termiche, sia tra le stagioni che tra giorno e notte, caratteristiche che sappiamo dare grande giovamento ai vini, consentendo maturazione e concentrazione di profumi.

In Abruzzo le aziende vincenti riescono a valorizzare questo patrimonio, facendosi custodi del genius loci, e in questo Valentini è un esempio folgorante, col suo sguardo sempre rivolto al futuro, attento osservatore del presente e abile artigiano nel lavorare vini che è più facile considerare “tradizionali”, ma assolutamente non convenzionali.

wpid-20150312_205203.jpgI vini di Loreto Aprutino prendono forma sulle dolci colline pescaresi, a metà strada tra il mare ed il Ghiacciaio del Calderone, al centro di un flusso d’aria che mitiga le calde e stati e rinfresca i pendii, dai suoli a prevalenza argilloso-calcarea, capaci di dare vini di grande eleganza. Una situazione che consente e anzi predilige la coltivazione della vite a pergola abruzzese, un’architettura che dona alle piante una buona riserva sul fusto delle piante, che si innalza fino circa 2 metri da terra, e con il cappello di fogliame protegge le uve da scottature molto facili nel caldo clima estivo. Funge quindi da ottimo volano in caso di siccità, e induce una lenta maturazione delle uve, che godono di calore riflesso. Per contro, ovviamente, la pergola può andare in sofferenza con stagioni umide e piovose, in quanto intrappola l’umidità sotto il fogliame, e richiede interventi di defogliazione e potatura per consentire un rapido riequilibrio microclimatico della vigna ed evitare lo sviluppo di patogeni e marciumi. Altra avversità del sistema a pergola è costituita dalla necessità di operazioni solamente manuali, impedendo la meccanizzazione a causa di una struttura che richiede la mano dell’uomo per intervenire in ogni fase sulle piante.

La pergola abruzzese è tutt’oggi il sistema più diffuso (70% dei vigneti), ma sono ritenuti validi ed efficaci anche impianti a spalliera con guyot e cordone speronato, specie nelle aree più interne e alle quote più elevate, dove è minore il problema dell’eccessiva insolazione (vedi le aree di Prezza, Popoli, Pescosansonesco per citare alcune zone di rilievo viticolo).

Altra questione importante per la produzione di vini di qualità è l’utilizzo di cloni specifici dei vitigni considerati autoctoni, quali trebbiano e Montepulciano, ma nel tempo mescolate a uve spesso più redditizie per produttività e resistenza ai patogeni, come il trebbiano toscano. Una sorta di “invasione alloctona” incontrollata avvenuta negli anni ’60 e che oggi delega all’esperienza e all’attenzione del viticoltore il riconoscimento tra piante “originarie”, che si distinguono nel caso del trebbiano abruzzese per un grappolo grande, piramidale, alato e piuttosto spargolo, differente dal toscano, più serrato e stretto e spesso con finale a due punte. Più complicato forse il discorso per il Montepulciano, di cui pare le prime forme fossero radicate nella Valle Peligna, e fossero caratterizzate da grappolo serrato, piccolo, con acini ovali a buccia più spessa, caratteristiche che oggi si ritrovano solo in alcuni esemplari all’interno di vigneti anche datati come ad esempio quelli di Valentini.

Dopo il doveroso focus sulla materia alla base dei vini siamo pronti all’assaggio, e andiamo a scoprire le aziende ed i loro prodotti.

Azienda Agricola De Fermo

Approfondiamo la storia di Stefano Papetti, bolognese classe 1975, trapiantato a Loreto Aprutino con l’idea di fare un vino il più possibile libero da interventi umani, riprendendo in mano una cantina storica (della famiglia della moglie), chiusa dal 1955 ma ancora dotata dell’originaria struttura interrata, dove ancora oggi l’unica concessione alla tecnologia è una pompa elettrica per i travasi. Per le pigiature utilizza un vecchio torchio verticale in legno, vinificando con i raspi tutte le sue uve. Uve che sono coltivate secondo i canoni della biodinamica, adottata da subito abbracciando le metodologie ed i preparati suggeriti da Steiner. I suoi vini fermentano in legni grandi, dai 500 litri ai 25 hl, senza controlli delle temperature, con soli lieviti indigeni delle uve.

La sua storia è recentissima e la prima produzione risale al 2010. I vigneti sono situati in Contrada Cordano e Colle Carpini, nell’area più meridionale del comune, con suoli argillosi e ricchi di ciottoli e calcarei attivi. La coltivazione è per il 75% a Montepulciano, 15% Chardonnay e 10% Pecorino, altro vitigno poco presente nella zona e solo di recente riscoperta (ad opera di Fausto Albanesi, primo a piantarlo a Loreto A.). Tutte le vigne sono allevate a cordone speronato, anche se forse Stefano ancora si rammarica al pensiero che fino ai primi del 1900 resisteva un antico vigneto ad alberello sui terreni allora in mano al prozio della moglie.

wpid-20150312_220945.jpgAbruzzo Pecorino Don Carlino 2013. Toni paglierino chiaro, luminoso, di bella consistenza, e nei profumi frutti e fiori, si alternano in un piacevole gioco tra sentori maturi e ventate fresche, tra crema lemon curd e banana fresca, ananas maturo e fiori di acacia, con toni dolci di vaniglia e fiori di campo, grani d’orzo e mineralità di gesso sullo sfondo. Fresco nell’ingresso al palato, sapido e pieno, davvero saporito, quasi salato nel finale, dove arriva calore e si dilata, profondo e e lungo al gusto, con ricordi di ananas, mandarancio e cereali (orzo e mais). Vinificazione in botti da 500 litri, e imbottigliamento senza alcuna filtrazione o chiarifica.

Cerasuolo d’Abruzzo Le Cince 2013. Colore splendente di wpid-20150313_003309.jpgsucco di melograno, di cui mutua anche i freschi profumi, insieme a ricordi di erbette fresche, agrume e chinino. Entra con una finissima effervescenza, ma piuttosto morbido e rotondo, saporito e succoso, con ritorno di lampone e mirtillo e finale amaricante di arancio amaro e ricordo minerale di silex, che vira verso il fumè. Vino giovanissimo e gustoso, da vinificazione in botti da 20 hl.

Montepulciano d’Abruzzo Prologo 2011. Il nome nasce nella prima annata prodotta, la 2010, appunto considerata prologo alla futura storia della cantina, ma è stato mantenuto. La fermentazione avviene in vasca aperta di cemento, e il vino rimane all’aria per qualche mese dopo la svinatura, senza protezione, perché Stefano lo vede ancora vivo e in movimento, tanto che continua a produrre carbonica. Nonostante questa lunga sosta all’aperto il vino arriva in botte con valori di volatili bassissime, merito forse della sanità delle uve e delle vigne, meticolosamente curate, e dell’habitat ideale sviluppatosi nei decenni all’interno della cantina. Le botti sono nuove, trattate con acqua e sale secondo gli accorgimenti suggeriti da Francesco Paolo Valentini. Ma veniamo al calice, tinto di rubino scuro e denso, dagli accenni porpora tipici del vitigno. Al naso emana ricordi di rose secche, more, mandaranci, ma anche banana e pesca gialla matura, e un tocco scuro di grafite. All’assaggio incede con viva freschezza, pieno, masticabile e sapido, ben integrato nelle sue componenti, compreso un tannino pieno ma rotondo, ora appena asciutto, con un finale dove resta centrale il frutto dolce di ciliegia nera e fa capolino un cenno di radice. Bel Montepulciano, assolutamente fedele alla tipologia e al territorio, e ancora con lunga vita davanti.

Azienda Agricola Torre dei Beati

Azienda che ho la fortuna di conoscere già bene, grazie a una felicissima visita del 2013, dove ho potuto conoscere il simpatico Fausto Albanesi, di formazione ingegneristica come il sottoscritto, ma innamorato del vino tanto da trasformarlo nel 2000 nella sua passione. Insieme con la moglie Adriana Galasso hanno preso in mano i terreni di famiglia, improntandoli subito all’agricoltura biologica, una scelta legata più a un modo di vivere e alla volontà di costruire un ambiente sano per sé ed i propri figli, piuttosto che per evitare sostanze nel vino in sé, nel quale non considera rilevante l’impatto dei residui chimici, considerando che la parte più dannosa per il fisico umano resta comunque, innegabile e immancabile, l’alcool.

In azienda sceglie l’uso delle barrique per molti dei suoi vini (Trebbiano, Pecorino, Montepulciano), con lo scopo di microssigenare e ottenere una struttura stabile nella sostanza e nei profumi. Di sicuro riesce a interpretare i vitigni, perfettamente integrati al loro habitat, con maestria ed espressività, regalando vini mai banali ma sempre piuttosto leggibili e approcciabili da tutti, neofiti come esperti degustatori.

Le vigne si dividono tra Contrada Scannella, dove alloggiano le viti di pecorino e dove ha da poco piantato 3 ha di Montepulciano, mentre a Poggio Ragone albergano altre vigne di Montepulciano (a pergola) ed il trebbiano.

wpid-20150312_223700.jpgAbruzzo Pecorino Bianchi Grilli per la testa 2013. Oro giovane nei toni, di ricca consistenza. Al naso è un trionfo di frutto dolce, di banana, limone maturo, cedro candito, ananas sciroppato, condito da toni dolci di vaniglia, burro e un ricordo di oliva. Entra con impeto fresco al palato, rotondo e avvolgente, con alcol perfettamente inserito, allunga deciso al gusto con ricordi di buccia di limone e note boisè, ammiccando allo Chablis e regalando un finale di frutti gialli dolci e sapidità definita e quasi marina, che svela la base di sabbia arenaria che si nasconde sotto il sottile strato argilloso della vigna. Eleganza, profondità e grande prospettiva di evoluzione. Davvero un bell’assaggio, dove l’affinamento in barrique trova l’eleganza di più celebri esempi francesi.

Montepulciano d’Abruzzo Cocciapazza 2012; rubino pieno dai riflessi violacei, di parziale trasparenza, segna il wpid-20150313_003315.jpgbicchiere con fitti archetti, mostrando sostanza. Al naso è un po’ compresso, delineando ricordi di spezie (cannella, chiodi di garofano, vaniglia) e di frutto scuro maturo, di mora e ciliegia, con toni di cacao. Al palato è serrato, potente, denso, spinge calore sul palato, e chiude un po’ asciutto e marcato dal legno, reclamando un maggiore riposo in bottiglia per assestarsi, mostrando vivacità giovanile e freschezza, complici ricordi persino vinosi. Prodotto da vigne a pergola, con successive raccolte scalari per la migliore selezione di uve mature, cui seguono 20 giorni di macerazione. Quindi la parte superiore della vasca finisce in barrique per 20 mesi, dando origine a questa etichetta, mentre la parte inferiore, più ricca di fecce fini segue lo stesso percorso, originando invece il Mazzamurello. Per la cronaca l’annata 2012 è raccontata come molto difficile, con perdita di gran parte del raccolto a causa di piogge.

Montepulciano d’Abruzzo Mazzamurello 2012. Questo vino, partendo circa dalla stessa materia prima del precedente, effettua in più ripetuti battonage delle fecce fini durante il suo affinamento in barrique, è il risultato si manifesta in un colore appena più marcato e in un ventaglio anche qui piuttosto chiuso ancora, disegnato a tratti scuri di carne, cioccolato, amarena e crema di caffè. Anche qui non manca un ricordo di oliva e un tono vinoso, giovanile, che dà slancio al frutto. Al palato ha freschezza , struttura maggiore del fratello e una migliore integrazione, con un tannino morbido che asciuga il palato e un gusto lungo dove ritornano amarene, caffè, cioccolato, liquirizia e dolce vaniglia, in un lunghissimo persistere che svela anche ricordi ematici. Davvero gustoso, ricco e promettente, ma già ben assestato ora.

 Azienda Agricola Valentini

valentini_IstagramQui parliamo di una realtà che vive a cavallo tra storia e leggenda, radicata sul territorio dal 1650. In vigna Francesco Paolo si considera un artigiano, senza definirsi biologico e senza inquadrarsi in un’immagine stereotipata: non usa sistemici ma interviene al bisogno con trattamenti a base di rame, poltiglia bordolese, zolfo. Ci racconta di un forte lavoro sulla materia prima, perché considera che il vino nasce in vigna, e si vede viticoltore per l’80%, e solo per il 20% cantiniere. In cantina lascia andare le fermentazione spontanee, rifuggendo i lieviti estranei, che se da un lato facilitano le fermentazioni dall’altro condizionano il prodotto finale, privandolo di autenticità e integrità. A causa del cambiamento climatico oggi soffre ancora maggiormente di arresti di fermentazione, ma lascia il tempo al vino, materia viva che sa cercare da sola il suo naturale equilibrio. Nei suo vini è pochissima anche la solforosa libera, che raggiunge valori totali di circa 70 mg/l. Le fermentazioni, come i travasi, avvengono all’aria, e la mallolattica avviene liberamente, se avviene, e può persino svilupparsi in bottiglia, tanto che ammette come caratteristica spesso riscontrata nelle sue bottiglie la presenza di piccole colature dai tappi, proprio dovute a questo processo di fermentazione batterica, capace di lasciare un residuo di carbonica nel vino. Alla base di tutto c’è la sensibilità artigianale, il buon senso e l’istinto, senza regole predeterminate.

wpid-20150312_230114.jpgTrebbiano d’Abruzzo 2011. Toni paglierino chiari, brillanti di una luce primaverile. Quasi esile al naso, con sottili note di agrume fine e fresco, di pompelmo e limone, poi si apre e accenna a mela, pesca bianca e fiore di cappero. In bocca è fresco, scorrevole, con tono di frutto bianco maturo, un accenno metallico fine e agrumato, e ricordi finali di biscotti d’orzo e sesamo. Una versione elegante e aerea, che acquista sostanza col sorso, sempre in bell’equilibrio e lungo su ricordi sottili e sottesi da buona sapidità.

Cerasuolo d’Abruzzo 2012. Vive di bagliori tra il rosa e l’arancio, vivace e luminoso. Non si esprime voluttuoso al naso, ma definito e diretto, con note di agrumi, creme brulè e melograno. Scivola con un manto morbido al palato, col sorso reso gioiosa da una viva freschezza, mentre il tannino si accenna appena e cresce la sapidità nel finale, percorso da note fumè, ricordo spesso ritrovato anche negli altri vini degustati e cifra identificativa dell’areale di Loreto Aprutino, così come le suggestioni do orzo e cereali, facilmente riscontrabili specialmente sui vini bianchi.
wpid-20150313_003322.jpgChiudiamo gli assaggi di questa prima sessione con l’Olio Extra Vergine d’Oliva Raccolto 2014 Valentini. E’ un olio monocultivar, da dritta, una varietà importata qualche millennio fa dalle colonie greche, e oggi annoverabile tra le 24 cultivar tipiche abruzzesi. L’uliveto è allevato effettuando sovesci di leguminose a vantaggio dell’equilibrio del suolo, e la raccolta avviene quando le drupe giungono a leggera invaiatura, per esaltare la parte polifenolica e i profumi “verdi” e piccanti. Se per il vino c’è fedeltà alla tradizione per l’olio si va al contrario sul meglio della tecnologia, estraendo l’olio a freddo in centrifuga, ottenendo così un olio di polpa, senza l’apporto dei noccioli. Questa bottiglia è frutto della disastrosa ultima annata, quel 2014 che ha visto gli ulivi attaccati da mosca, tignola, fungo, occhio di pavone e tignola. In pratica è già un miracolo avere ottenuto una piccola quantità di olio. La debolezza dell’annata si sente nella delicatezza del prodotto, fresco di foglia di pomodoro e carciofo, ma dolce e leggero al palato, appena piccante solo vaporizzandolo a dovere in gola, e dotato di un finale sottilmente amaricante di mandorla fresca.

E dopo aver conosciuto queste meritevoli aziende, guidate da veri artigiani del vino, abbiamo intrapreso un viaggio nel tempo e nel profondo del territorio, con alcune vecchie annate di Valentini. A breve su questi schermi.

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2 pensieri su “Loreto Aprutino, perla d’Abruzzo

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