Liguria, da Levante a Ponente nel bicchiere

Tra i banchi dell’Only Wine Festival di Città di Castello incappo in una serie di etichette dalla Liguria, e anche in vista di una prossima degustazione in programma sul Rossese ne approfitto per approfondire questa regione, così piccola, come superficie e come produzione, ma al contempo così variegata peoprio per la conformazione geografica e i questa mezzaluna sul Tirreno che spazia dalla Lunigiana alla costa Azzurra, tutta affaciata sul mare e contemporaneamente costituita in prevalenza da ambienti montuosi, con la fascia montuosa che trapassa dalle Alpi agli Appennini.

Un territorio quindi dove tutti i fazzoletti di terra dedicati alla vite sono strappati alla montagna, e l’esempio più eclatante viene dalle Cinque Terre, dove i muretti a secco e le ripide vigne rappresentano un vero emblema della viticoltura eroica, che costringe i vignaioli a un lavoro duro e fisico in ogni operazione di vigna.


In degustazione varie espressioni a coprire quasi tutto l’areale Ligure, e così parto dalla Bianchetta Genovese 2014 dell’azienda Portofino, vitigno minore per vini semplici e quotidiani, legati alla tradizione locale. Generoso nei profumi di frutta bianca, bocca leggera e fresca, dal finale appena metallico. Dal confine toscano arriva il Vermentino Colli di Luni Boboli 2013 di Giacomelli. Naso ben delineato su ricordi di lime, salvia e frutta bianca, con una nota di mandorla in evidenza. Lascia la bocca ben ripulita e ricca di sapidità nel finale. Davvero invitante su antipasti freddi di mare.

Si prosegue il giro dei bianchi con il Cinque Terre DOC Coste de Sera 2013 di Litàn, di cui incontro uno dei titolari, ben lieto di farmi assaggiare questo vino, ricavato da parte della loro “cospicua” vigna di circa 1.4 ettari, dimensione notevole per le 5 Terre, e che basta e avanza a richiedere l’operato di tre uomini, che hanno recuperato l’ormai scomparsa varietà del Rossese Bianco, uva tradizionale delle Cinque Terre, oggi sostituita per lo più dal bosco (uva più rustico), in uvaggio insieme ad albarola e vermentino. All’olfatto propone un ventaglio fresco e affascinante, dove le note marine di onde sullo scoglio si mischiano a muschio ed erbe aromatiche (basilico), con frutto di pesca gialla e cenni di zafferano. Al palato avvolge la bocca con sapidità e si dilunga sulla sua freschezza, raccontando del vento e della macchia mediterranea delle terre su cui nasce. Territoriale e coinvolgente.

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Chiudo il giro dei bianchi con il Pigato di BioVio (da Albenga), che se non impressiona al naso, dove gioca su toni di banana e ricordi iodati, si difende molto bene al palato, dove di apre con sapore e generosità, equilibrato e non banale nel suo incedere, tra acidità, corpo e salinità ben contrapposti.

Veramente infrequente e misconosciuto l’Ormeasco di Pornassio, che assaggio nel 2014 di Tenuta Maffone, vino dai toni lievi nel colore, trasparente, leggiadro, così come il naso, tra ribes rosso e melograno sottesi da una nota terrosa. Al palato si conferma vino delicato e leggero, rinfrescante ed estivo, dove il tannino è praticamente assente, permettendo anche un abbinamento su un bel pesce di scoglio in guazzetto.

20150418_185308_HDRChiudo con una breve carrellata di un altro rosso tutto da scoprire, il Rossese di Dolceacqua. Il primo esempio è di Mario Muratore, Rossese di Dolceacqua 2013, vino da annata considerata minore per la zona, e in più dall’area di Pigna, nella zona più alta della denominazione. Sarà la suggestione, ma al naso ricorda proprio cenni di conifere, misti a mirtilli rossi e cenni ematici da carne fresca. Pulito, di intensa freschezza e verticalità che alla cieca lo inquadrerebbe subito come vino di montagna, ossuto e teso come uno scalatore.

Il Rossese di Dolceacqua Superiore Pini 2013 di Poggi dell’Elmo viene invece da terreni più asciutti e aridi, in località Soldano, e ricorda nei profumi menta, pompelmo, sottobosco fresco e frutto di ciliegia, con cenni speziati. Al gusto entra avvolgendo il palato con equilibrio, di beva ma corredato di sostanza, dal tannino fine, per un finale armonico ed elegante.

Si chiude con una versione che un po’ mi spaventa, di Rossese affinato in barrique e tonneau, quindi acciaio, prima del riposo in bottiglia. E’ il Rossese di Dolceacqua Superiore Elmo Primo 2012, sempre di Poggi dell’Elmo. Il colore è ancora un bellissimo rubino, trasparente e dai riflessi quasi purpurei. Mi sorprende con un valido ventaglio di profumi, dove spiccano con mio stupore i frutti rossi, quasi che l’affinamento in legno li abbia fissati e valorizzati. Così ciliegia, lampone e more mature si mischiano a note di erbe aromatiche (timo) e a spezie di pepe e cannella, con un leggero ricordo di resina. Al palato è pieno, volumico ma elegante, con tannino ben modulato e rotondo e un mix fresco-sapido che ne allunga le sensazioni per svariati secondi. Davvero appagante, goloso senza perdere eleganza.

Complimenti alla Liguria, ed ora sono curiosissimo della serata sul Rossese (coming soon…)

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