Facce da ViViT

Ormai l’ho battezzato come il mio angolo di paradiso nell’inferno (bellissimo inferno) del Vinitaly.  È l’area del ViViT (Vigne Vignaioli Terroir), dedicata ai vignaioli artigiani che legano a doppio filo la propria autenticità al loro terroir, spesso (direi forse sempre) coniugandolo a una conduzione delle vigne naturale e rispettosa della natura. Un luogo dove è possibile stare a stretto contatto con i produttori, e girare l’Italia vinicola (e oltre) facendo pochi passi, scoprendo vere perle enologiche e persone speciali.

Riassumo gli incontri più belli, citandoli con una foto e qualche riga sui loro vini, conscio e consapevole di non essere riuscito a visitare tutti i grandissimi produttori che avrei voluto in quell’occasione.

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Incrocio il banchetto di De Fermo, con Stefano Papetti, da poco scoperto nella bellissima serata dedicata a Loreto Aprutino. E qui ne approfitto per assaggiare le due etichette mancanti di quell’occasione. Il Launegild 2013 è elegante nei profumi, tra ricordi di agrume giallo, ananas e banana fresca, con fiori di ginestra. Un quadro in giallo che penetra al palato con tensione e grande allungo con passo elegante, con fine ricordo vanigliato in un finale di frutto giallo e buona sapidità. Uno chardonnay, sorprendentemente, ma non tanto alloctono, perché varietà coltivata storicamente nei suoi terreni. Non perdo l’occasione per assaggiare una vera chicca, fuori commercio, il piè Tancredi, da uve pecorino appassite, delicato e sensuale nei profumi, tra pesca in confettura, pera candita, cedro, miele e noci, che tornano al palato, in un contesto ricco di sapore, denso ma vibrante di freschezza che nasconde la sua dolcezza. Non vedo l’ora di andarli a trovare.

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De I Cacciagalli avevo provato lo Zagreo, Fiano affinato in anfora, che aveva stupito per il ricordo netto di basilico e per la singolarità che lo faceva spiccare in una batteria di Fiano “canonici”. Provo allora il resto della gamma di questa giovane realtà dell’alto casertano (Roccamonfina) che crede nella biodinamica e nell’uso delle anfore, che si risparmiano però sulla falanghina, Aorivola 2014, tutta giocata su frutto e fiore generosi e una beva gioiosa. Il Phos 2013 rappresenta la declinazione in anfora dell’aglianico, con ben 8 mesi di macerazione sulle proprie bucce. Il colore è ancora vivacissimo, il naso dal carattere impetuoso, che mette in evidenza netti sentori di frutti scuri di ciliegia e prugna, che si tornano puntuali al palato insieme a piacevoli ricordi di spezie fini, con finale asciutto dove il tannino è pieno e ben rifinito. Infine il Masseria Cacciagalli 2011 unisce aglianico a una quota del 10% di pallagrello nero, con fermentazione più classica in acciaio, seguita da affinamento in grandi botti da 25hl. Ricco, sapido, gustoso e generoso nei richiami di frutti neri di mora e ciliegia, con tannini ben cesellati. Gran bei vini frutto di umiltà e passione.

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Conosciuto il giorno prima a una degustazione dedicata ai blogger, Gabriele da Prato di Podere Concori ha subito raccolto la mia simpatia, ed ero curioso di conoscere il resto del suo lavoro. Mi aveva conquistato col suo Melograno 2012, e il 2013 (sempre Syrah 100%) mantiene la linea, pur figlio di un’annata radicalmente diversa. Qui i profumi sono evoluti, su note di frutto rosso maturo e pepe, ma al palato si mantiene schietto, con bel ricordo di fave di cacao nel finale. Il Vigna Piezza 2013 è ancora Syrah, ma da un singolo vigneto, e dimostra la sua superiorità con definizione mirata dei profumi su mirtillo e ciliegia, con richiami di macchia mediterranea e sottobosco. Bocca “sudista”, con calore e avvolgenza in bell’equilibrio con la matrice fresco sapida che accompagna un lungo finale al sapore di tabacco. Intrigante anche il suo Pinot Nero 2013, minimamente solfitato (20 mg/l) tutto ribes croccante, carne e frutto di ciliegia, elegante e misurato al palato, dove allunga con finezza ed equilibrio.

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wpid-20150323_135201.jpgPer fortuna non manca la rappresentativa romagnola con gli amici di Villa Venti, che mi stupiscono con due novità, dal packaging accattivante (etichette in cartoncino tenute da due elastici). La prima è l’A 2013, iniziale dell’Anfora georgiana che ha dato vita a questo vino da uve Centesimino 100%, con macerazione di mesi sulle bucce. Impressiona con frutto succoso di lampone, esaltazione della tipicità del vitigno, con accenno lieve di caffè e un bel tono minerale di pietra che torna nel finale di bocca. Apeyron è invece un vino difficilmente
definibile. Una specie di Vin Santo, perché parte da una madre con 80 anni sulle spalle, cui viene dato in pasto il mosto ottenuto da uve Famoso appassite. Quindi finisce in una sorta di “Solera”, ma con botti colme, di cui si estrae solo i 2/3 del vino all’imbottigliamento, per lasciare il giusto nutrimento per la madre. Esplode in profumi dolci di miele, canditi, resine e noce, in perfetto stile vin santo, e conquista il palato con densità e lunghezza, equilibrato da una perfetta acidità.

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Sempre un vero piacere reincontrare Ferdinando Principiano e la sorridente moglie Belèn, in quest’occasione accompagnati dalla figlia Laura. Dei suoi vini ho già scritto e nell’area ViViT ho approfittare per provare il piacevole Extra Brut Belèn, da uve Barbera, che mantiene frutto e acidità in una bolla pregevole e non troppo disimpegnata. Quindi do spazio alle altre etichette che mancavano al mio assaggio, come il Barbera d’Alba Superiore La Romualda 2012, che coniuga la freschezza della barbera alla rotondità del lungo passaggio in legno (2 anni in botte grande), con frutto di fragoline centrale, con more in confettura e bei ritorni di noce moscata. Infine assaggio il curioso passito Leo, da uve c appassite in pianta fino a ottobre, che fermenta e affina per tre anni in botti scolme, che impressiona per freschezza e complessità. Sembra un Vin Santo ma percorso dai profumi del moscato, con bei ricordi di frutti canditi di albicocca, mela e note mielose. Incantevole. Immancabile per il vero anche il Barolo, con il Boscareto 2009, pieno e volumico al palato, dove riporta il frutto dolce di ciliegia in primo piano insieme a cannella, pellame e cacao, già dal tannino ben fuso nell’insieme e godibile a tavola (come molti 2009 peraltro).

wpid-20150323_112036.jpgDi Bressan avevo solo sentito parlare per passate polemiche politiche, ma mi era noto anche per la fama dei suoi vini, la cui bontà travalica i giudizi sulla persona. Quello che ho incontrato è un personaggio vero e verace, che ogni tre parole metteva un improperio, ma capace di esprimere concetti ben nitidi sul vino e sul suo modo di fare vino. Tra le cose più interessanti ha citato Romaneè Conti, secondo il quale un buon Pinot Nero di Borgogna non si fa con meno di 8 cloni differenti in vigna. E lui rispetta questa condizione, e già programma di inserire ulteriori due cloni, tanto per mettersi dalla parte dei bottoni (vi assicuro che non l’ha detta in questi termini). Peculiari anche le sue scelte sui legni, in dimensione da 10 hl, realizzate per lui da un artigiano con legni particolari come pero e ciliegio selvatici. E proprio il Pinot Nero 2008 è il suo vino che più mi affascina e conquista, con colore rubino trasparente e un ventaglio di profumi da fare invidia a molti Borgogna: fiore di lavanda, frutti neri, cacao e lievi speziature, che tornano in un profilo gustativo elegante e sfaccettato, dove vibrante freschezza sposa un tannino fine e una trama polposa e vellutata, di vero gusto. Restano tutti di alto livello gli altri vini della gamma, sempre complessi e polposi, ricchi di equilibrio e quasi sempre con grande prospettiva davanti, nonostante annate comunque già con diverse primavere sulle spalle.

wpid-20150323_123125.jpgNella sequela di assaggi non potevo glissare su un rappresentante della Mosella, Clemens Busch con i suoi Riesling (come perderseli??). Una bella selezione di bottiglie accompagna a spasso per i diversi vigneti di Busch, dalle ardesie rosse a quelle nere, dai vini “base ai Grosse Gewachs (grandi vendemmie). Colpisce fra gli entry level il Riesling Vom Roten Schiefer 2013, tutto sentori tropicali, mandarino e lime, dall’acidità tagliente che rende il palato succoso e dissetante. E salendo nella scaletta delle classificazioni c’è un coerente aumento di complessità, profondità e articolazione al palato. Si chiude con il Marienburg Spatlese Goldkapsel 2011. Qui l’intervento della muffa nobile prima della raccolta tardiva e selezionata si sente tutto nei profumi di zenzero, zafferano e camomille, corredo che torna al palato tra ricordi di miele, agrumi canditi e frutti tropicali, con la componente dolce supportata dall’acidità che chiedi a un vino tedesco e dalla sapidità minerale che ti attendi dalla Mosella. Gran bei vini, da accaparrarsi di fretta per poi dimenticarli anche in cantina, se si sa resistere.

E tanti altri i buoni assaggi, ma non posso raccontarveli tutti. L’anno prossimo visitate il ViViT, e li potrete vivere di persona!

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