Colli di Lapio, contro il tempo e contro tutti

wpid-20150722_002316.jpgE’ così che avevo deciso di intitolare una degustazione nata per curiosità (motore sempre acceso per un vero winelover) con l’intento di vedere davvero come, andando a ritroso nei millesimi, si mostri l’evoluzione di un vino bianco che ha dimostrato che proprio dopo qualche anno dalla vendemmia sa esprimersi con maggiore completezza.

A porre le basi della serata sta il caso che mi ha fatto imbattere nella possibilità di acquistare una verticale di Fiano di Avellino di Colli di Lapio, aka Clelia Romano, dal 2012 al 2005, saltando 06 e 07. E se c’è una cosa che permette di approfondire un vino e comprenderne le potenzialità penso sia proprio la verticale, quindi non me la sono fatta sfuggire. Con l’aiuto dell’amico Michele “Pico” Palermo abbiamo integrato la 2006 e la 2013, ed è scattata l’idea di mettere a confronto ogni annata con qualche pari peso di altri produttori. E’ cominciata la ricerca e ho trovato alcune belle bottiglie, anche se certe cose sono davvero rare, e chi ce le ha se le tiene strette. Ma a tal propositò è giunto provvidenziale l’aiuto di Matteo Farini, che da buon appassionato conservava in cantina un Villa Diamante 2010 e un Cupo 2005.

Allora raduno quasi tutti i migliori produttori irpini, con qualche campione controtendenza e un intruso dal Sannio, e la batteria si compone di 20 bottiglie, per una serata destinata a diventare un vero approfondimento sulla denominazione.

Se qualcuno si chiede perché il Fiano? E perché in Romagna? La risposta è che io per primo conoscevo il Fiano fino a poco tempo fa solo attraverso assaggi sporadici, che mi avevano convinto ma non avevo mai approfondito, complice il fatto che è un vino sfortunatamente poco diffuso nella mia regione. E allora sentivo il dovere di sviscerare l’argomento, e l’ho fatto attraverso assaggi e incontri con i produttori (purtroppo solo a Vinitaly), scoprendo che il Fiano e il Greco, cugino più agile e tagliente, danno prodotti davvero interessanti, che nessun amante del buon vino dovrebbe farsi mancare in cantina.

Così ho concretizzato la mia curiosità e coinvolto amici e appassionati curiosi quanto o più di me, di scoprire questi vini, ospitati dall’amico Simone Zoli all’Osteria Don Abbondio di Forlì.

Doverosamente bisogna premettere due parole sul Fiano, vitigno a rischio scomparsa nel secondo dopoguerra, che l’intuizione e la forza della famiglia Mastroberardino hanno salvato, spingendo sulla coltivazione di questo vitigno al posto dei dilaganti vitigni alloctoni (chardonnay, trebbiano, merlot, cabernet, sangiovese) in voga in quegli anni su richiesta degli imbottigliatori napoletani. E proprio nel comune di Lapio, zona storicamente vocata, si sviluppa il cuore della produzione del Fiano. Se Mastroberardino segna il rilancio di questo vitigno, da metà degli anni 90 molti conferitori, consci di un potenziale straordinario nelle loro mani e desiderosi di monetizzare più efficacemente il proprio lavoro, prenderanno la strada della vinificazione e dell’imbottigliamento in proprio, primo tra tutti Raffaele Troisi di Vadiaperti, seguito a ruota proprio dall’azienda Colli di Lapio di Clelia Romano.

Colli di Lapio ha sede in Contrada Arianello, una delle colline più alte e ventilate della denominazione, a 550 metri di quota, su terreni composti di marne argillose e calcare, con inserzioni di arenarie, con vigne concentrate prevalentemente con esposizione sul versante nord del colle. Le piante hanno età tra 10 e 15 anni, coltivate in lotta integrata e allevate a spalliera con densità di 2500 ceppi/ha, ma la resa è contenuta mediamente in soli 80 qli/ha. I loro vini si contraddistinguono per una eleganza che riesce ad esprimere le componenti fruttate del vitigno combinandole ai sentori tipici leggermente tostati. Ma attenzione perché anche incontrare toni fumè in un fiano non è indice dell’utilizzo di legni in fase di affinamento, in quanto sono caratteristiche aromatiche tipiche del vitigno, che emergono perfettamente con la vinificazione in acciaio, metodologia usata nella maggior parte dei casi in Irpinia. Così anche a Colli di Lapio la vinificazione avviene in acciaio, con breve contatto con le bucce (poche ore, durante la spremitura soffice) e lunga fermentazione a 16°C, fino a 20-25 giorni. Segue l’affinamento, sempre in acciaio inox, per 8 mesi, sulle fecce fini, e successivi 4/5 mesi in bottiglia prima della commercializzazione.

Il lungo affinamento in acciaio sulle fecce fini è una tecnica di cui si potrebbe attribuire il copyright a Guido Marsella, altro grande interprete del Fiano e rappresentante di un altro Cru fondamentale come Summonte. Tra i primi ad effettuare lunghe soste sur lie per “ingrassare” i suoi vini, con ottimi risultati che hanno spinto la concorrenza a seguire i suoi passi. Ma non contento, quando in molti si sono allineati a fare uscire i vini oltre 1 anno dopo la vendemmia lui è passato a 2, incrementando la fase di sosta in acciaio. Un vero faro per la denominazione.

In ultimo ma non per importanza va citato assolutamente il ruolo determinante del Cru di Montefrèdane, con tre interpreti di spicco come il già citato Raffaele Troisi di Vadiaperti, Sabino Loffredo di Pietracupa e il compianto Antoine Gaita di Villa Diamante, le cui sorti sono portate avanti oggi dalla moglie Diamante. Tre fuoriclasse assoluti, in primis grandi degustatori e conoscitori del vino ben oltre i confini irpini, ed interpreti capaci e deteminati, in grado di incanalare nei modi migliori lo sprint acido-sapido del territorio, dalla base a prevalenza argillosa con depositi di sabbie e rocce vulcaniche. Tipici e riconoscibili per sentori più agrumati e “verdi”, di erbe officinali, con una verticalità più spiccata, a scapito di una bocca più sottile rispetto ai Fiano di Lapio, ma capace di esprimersi e concedersi al meglio dopo diversi anni.

Poche premesse, ma utili anche per chi ha partecipato alla degustazione ed era meno avvezzo a questi vini. E la cosa stupefacente è stata di ritrovare negli assaggi, pur mediati dall’andamento delle diverse annate, i caratteri attribuiti ai diversi territori. Peccato solo per i tappi che hanno impedito l’assaggio per via del TCA o per avere ceduto agli anni, lasciando trapelare aria e portando all’ossidazione prematura dei vini.

wpid-20150722_002304.jpg wpid-20150722_002306.jpg wpid-20150722_002310.jpg wpid-20150722_002312.jpgAnnata 2013: poche piogge nella fase centrale estiva, poi rinfrescata in settembre da moderate piogge, che hanno consentito una maturazione regolare senza grossi problemi di malattie (anche per la resistenza del Fiano ai patogeni; soffre principalmente l’oidio).
Fiano di Avellino 2013 Colli di Lapio. Sorvolerò sul colore, quasi sempre giocato su toni paglierino ben definito, di discreta consistenza, salco qualche campione che dettaglierò in seguito per il suo scostarsi dai cromatismi più comuni. La parte olfattiva conferma quanto detto di Lapio. Frutta in evidenza, con pera dolce, accompagnata da note di fiori bianchi, di tiglio e gelsomino lieve, freschi cenni erbacei, miele di acacia e un cenno di nocciola fresca. Palato morbido, elegante, equilibrato, che accarezza i sensi e avvolge il gusto in un finale pieno e lungo. 87+

Fiano di Avellino 2013 Ciro Picariello. Altro interprete a me molto caro, che ottiene il suo Fiano da una combinazione di uve provenienti da Summonte e da Montefrèdane, mediando quindi i caratteri di ricchezza del primo con la verticalità del secondo. Un ricordo di bambino mi suggerisce la gomma pane tra i suoi accenti, poi erbe fresche, limoncella e un netto lime. Al palato ha un piglio sapido deciso, una freschezza di agrume che ne allunga il sorso, regalando in coda anche ricordi di miele di castagno. Si articola in maniera più rustica ma è assolutamente franco e convincente. 89

Fiano di Avellino 2013 Vadiaperti. Qui sono le vigne di Montefrèdane a gridare la loro voce nel calice, con un acuto di erbe aromatiche dall’origano alla salvia, con cenni medicinali e balsamici. Il palato ha tensione ed eleganza, con un equilibrio tra acidità e minerali degno dei migliori riesling tedeschi. Ti traghetta verso un finale di roccia e pompelmo, con ricordi di anice e mandorla. 88

Sannio Fiano Pelike 2013 Oppida Aminea (Arcipelago Muratori). Capita in una serata sfortunata questo intruso del Sannio, a paragone con dei campioni assoluti. Da vigneti al confine tra Sannio e Irpinia, questo Fiano mostra le doti del vitigno con bella frutta bianca in evidenza e note mielose, ma sconta qualcosa in bocca, dove si presenta molto morbido e un po’ corto nel finale. 82

Annata 2012: estate molto calda nella prima parte, poi rinfrescata a partire da metà agosto, con mantenimento di ottime escursioni termiche specie nelle zone più elevate. Vendemmie nei primi giorni di ottobre.
Fiano di Avellino 2012 Colli di Lapio. Annata leggermente più calda della 2013, con poche precipitazioni estive. Il calice offre un ventaglio ancor più ricco di nocciola e miele, perdendo qualche spunto floreale a favore di note di frutta che virano verso il giallo di pesche e ananas, mantenendo cenni erbacei fini. Bocca anche in questo caso dall’incedere suadente e ricco, con finale dalla raffinata sapidità.  88

wpid-20150722_002319.jpgFiano di Avellino 2012 Rocca del Principe. Trovo giusto spendere qualche parola per questa azienda, di cui mi spiace non aver disposto di annate più vecchie, pur vantando una storia piuttosto recente, iniziata nel 2004 da Ercole Zarrella con la moglie Aurelia, svincolandosi dall’attività di conferitori per..indovinate un po’? Mastroberardino ovviamente. Possiedono 10 ha a Lapio ed in particolare sempre sulla collina di Arianello, proprio accanto a Clelia Romano. Inizialmente i vigneti di Fiano (5 ha) si distribuivano su due versanti, nord e sud, ma proprio le vigne affacciate a meridione sono state convertite ad Aglianico, mantenendo il Fiano solo sulla parte più fresca e ventilata (dal 2013 il loro Fiano viene solo da quella vigna). Come detto l’altitudine è tra i 500 ed i 600 metri, ed i vigneti vantano età tra i 15 e i 25 anni, e la combinazione tra quota, esposizione e terreni sciolti posti su una base di argille calcaree garantisce un ciclo vegetativo lungo e una maturazione tardiva, che arricchisce le uve di finezza aromatica. Tutte le teorie sono confermate da un assaggio davvero impressionante per la decisa impronta minerale, tra zaffate di roccia lavica e nocciola tostata, e nuance di agrumi maturi. In bocca ha una profondità nobilitata da un finale quasi salato e dal ricordo di agrumi e noci pecan. Si lascia ricordare a lungo. 90+

wpid-20150722_002322.jpgFiano Campania Don Chisciotte 2012 Zampaglione. Qui si può spendere una parola sul colore, che fa sobbalzare per le tinte di ambra giovane, dai riflessi vividi e dorati, che fa intuire la scelta della macerazione. Proprio questa cantina, posta a Calitro, sul confine con Puglia e Basilicata) fu la prima a scegliere questa strada sul Fiano, ed oggi dimostra di sapere gestire con criterio e intelligenza una tecnica che può trasformare i vini da identità forti a banalizzazioni. Qui la banalità è ben lungi, è il vino ricorda quasi uno stile alsaziano, con note di basilico e radici su uno sfondo di mela, miele di bosco e agrume. La bocca corre bene, con la rusticità in evidenza di un tannino acceso, che asciuga un po’ il palato ma è ben bilanciato da una freschezza che lo regge, pur nell’instabilità di un vino lontano dai compromessi. 86+

Annate 2011-2010: annata 2011 piuttosto calda, con anticipo di maturazione e vendemmie a inizio ottobre; annata 2010 partita in ritardo per una primavera fredda e un’inizio estate piovoso, recuperato grazie a un’inversione a metà agosto, con tempo mite e soleggiato fino a vendemmia, che ha permesso di recuperare il ritardo di maturazione.

Questa batteria si è sfoltita a causa di sfortunati tappi, con il TCA a privarci del piacere del Fiano di Di Prisco e del Colli di Lapio 2010.

Fiano di Avellino 2011 Di Prisco – Tappo

Fiano di Avellino 2011 Colli di Lapio. Continua lungo un filo conduttore che rende identificabile l’impronta stilistica, legata al territorio di contrada Arianello e veicolata dalla mano dell’enologo Angelo Pizzi. Qui il naso è nitido e generoso nel regalare note di nocciola, pera confit, agrume giallo e menta. Si mostra più slanciato e sottile delle annate più recenti, rinunciando a una parte di morbidezze per affascinare con un affondo teso, sapido e dal tono amaricante di lime nel finale. Una sferzata di elegante freschezza. Quasi sorprendente pensando all’annata, calda e con vendemmia anticipata ai primi di ottobre, ma le escursioni termiche di Lapio hanno contribuito in maniera determinante a salvare la partita. Peccato aver perso il partner per un confronto sicuramente interessante. 90

Fiano di Avellino 2010 Colli di Lapio – Tappo

wpid-20150722_002330.jpgFiano di Avellino Vigna della Congregazione 2010 Villa Diamante. Ecco un altro produttore sul quale bisognerebbe spendere pagine e pagine di racconti. Antoine Gaita nasce in Belgio da genitori irpini, e dopo una vita da appassionato di vini, con grande passione per quelli francesi, torna in patria con l’intento di ottenerne uno nella sua terra d’origine. Dopo qualche esperimento di lancia sul Fiano, sfruttando la grande potenzialità delle vigne di Montefrèdane per interpretarle con uno stile che strizza l’occhio alla Francia e a certe belle interpretazioni della Loira o della Borgogna, pur non intervenendo con l’uso di legni (salvo esperimenti passati). Quello che emerge, oltre alla fine mano di un produttore che ha sempre voluto mettersi in gioco percorrendo tutte le strade possibili, è il valore delle sue vigne, poggiate su terreni argillosi ai quali, nella parte di vigna vecchia (25 anni, 1000 ceppi/ha), si interpone uno strato di roccia detto “sassara”.

Il colore è quello splendente dell’oro giovane, e i profumi si caratterizzano con una aristocratica nota di tartufo bianco, poi nocciola, melone, camomille e castagne. Il frutto maturo fa pensare a una vendemmia quasi tardiva, comunque a piena e completa maturità, sensazione che trova riscontro in un palato morbido e glicerico, raffinato e dall’incedere a passi delicati su ricordi di conchiglia e agrume giallo. Complesso, elegante, signorile. 91+

wpid-20150722_002340.jpg wpid-20150722_002344.jpg wpid-20150722_002405.jpgAnnata 2009: millesimo piuttosto equilibrato, con inizio di estate con adeguate precipitazioni, tali da offrire una buona scorta idrica per un prosieguo di stagione caldo e asciutto che ha condotto le vigne senza particolari stress fino a una vendemmia regolare attorno al 10 ottobre, salvo alcune zone colpite da violente piogge proprio ai prime del mese. 

Fiano di Avellino 2009 Colli di Lapio. Al naso si mostra un po’ scomposto, ammaccato da una nota di ossidazione purtroppo causata da un tappo non in perfette condizioni. Offre spunti di erbe e ginestra ma si sporca con note di mela grattugiata e canfora. Anche al palato conferma una perdita di tono e una deviazione su toni ossidativi. SV.

Fiano di Avellino Ventidue 2009 Villa Raiano. Cantina di grandi dimensioni posta proprio a 22 km da Lapio, da cui la scelta del nome per questo vino, qui nella sua prima annata prodotta. Percorre le strade della finezza, con un naso sussurrato di fiore, frutto bianco e frutta secca. Si concede maggiormente al palato sfoderando ricordi fini di nocciola e una nota amaricante di mandorla, con una partita ben giocata tra una freschezza tesa come corda d’arco, salinità sottile e corpo. Manca solo un po’ di frutto al palato per completare un quadro davvero ben disegnato. 86.

Fiano di Avellino 2009 Guido Marsella. come preannunciato dagli ori del calice, il naso è un esaltante tripudio barocco, dove si sfaccettano di mille colori le note di orzo, tabacco, fiori gialli, pesca nettarina, frutta caramellata, con sfumature di idrocarburi e sbuffi di fumo. Il sorso è di quelli che ti fanno spalancare gli occhi, con quel mix di stupore e soddisfazione tipico di una rivelazione. La tipica ricchezza di questo vino qui trova la sua massima espressione compiendo un capolavoro di equilibrio con un’acidità trascinante e un finale dove non si esauriscono mai i ricordi di frutto, spezie e roccia scura. 94

Fiano di Avellino Particella 928 2009 Cantina del Barone. Si va a Cesinali, nella zona meridionale della denominazione, su terreni più sciolti e sabbiosi, dove i vini sono solitamente meno ricchi di Lapio o Summonte e meno tesi di Montefrèdane. Qui Cantina del Barone prova ad esprimere il Fiano con una vinificazione particolare, a grappoli interi, con macerazione e fermentazioni spontanee. Questa versione non mi entusiasma personalmente, promettendo sostanza con un colore ricco, da orange-wine, ma con profumi dove le erbe aromatiche sono sporcate da note di buccia di salame e ricordi birrosi. Al palato mi sembra un vino in fase calante, con finale amaricante e dove poco si riconosce il Fiano. Mi spiace molto per questo assaggio, dopo che l’assaggio dell’annata 2013 al Vinitaly mi aveva invece regalato belle emozioni. SV

wpid-20150722_002304.jpgwpid-20150722_002414.jpgBatteria 2008: annata partita con un certo ritardo vegetativo a causa di una primavera fresca e piovosa, regolare nel corso dell’estate e chiusa da un’inizio autunno fresco e ventilato, ma asciutto.

Fiano di Avellino 2008 Colli di Lapio. Temevo di avere assaggiato il vino della serata ma questo assaggio mi ha offerto un surplus inaspettato. Note di idrocarburi eleganti aprono un naso di tiglio, salvia, miele, banana fresca e cedro candito. Il palato è cesellato, denso di materia ma spinto da un potente motore di acidità, un 12 cilindri dall’incedere senza strappi, lunghissimo e paicevole nel ricordo, tra frutti dolci, fiori, agrume e tocchi di castagne e sasso scaldato. Coup de couer della serata. 95

Fiano di Avellino Cupo 2008 Pietracupa. Il Cru di Sabino Loffredo, interprete che propone i suoi vini con un taglio solitamente giocato di nervo e sottigliezza. Dalle migliori vigne di Contrada Toppole, dai suoli fortemente caratterizzati da depositi vulcanici, sui pendii più alti di Montefrèdane. Il naso ci spedisce a nordo, molto a nord, in Champagne, con ricordi da millesimato con lungo affinamento sui lieviti. La nocciola si fonde al burro, il frutto di ananas dolce si sposa a note balsamiche e cenni eterei di medicinale, mentre ritornano insistenti le note di pasticceria. Anche il sorso sposa la medesima linea, ma non abbiamo la bollicina. Al suo posto una composta morbidezza, trainata da un’acidità che avremmo sperato anche più elettrica per fornire il quid necessario a slanciare un palato davvero importante, dove il finale è salmastro e dal frutto di mela, con note di ostrica, a concludere le assonanze con certi terroir della sciampagna, e penso ad esempio a Le Mesnil sur Oger. 88

Annate 2006-2005: millesimo 2006 piuttosto regolare e abbastanza fresco; la vendemmia 2005 è stata caratterizzata da bassa produzione di uva e da una estate inizialmente torrida e successivamente fresca e piovosa, con basse rese e stagioni complicate da eccessi prima di caldo, poi di piogge, con ripetuti blocchi vegetativi, e conseguente vendemmia in ritardo, dopo metà ottobre.

Questa batteria ha goduto poca fortuna, con gli ultimi due campioni palesemente ossidati, con tappi che non avevano tenuto a dovere per una decina di anni. Per vini di questa caratura, capaci di essere apprezzati anche dopo molte vendemmie, spero che i produttori più illuminati possano investire quanto necessario per scegliere tappature idonee a garantirne la migliore conservazione ed evoluzione. Provocatoriamente suggerirei anche un bel tappo Stelvin.

Fiano di Avellino 2006 Colli di Lapio: note di burro e di maderizzazione, e anche un accenno di tappo nascondono note ancora erbacee. La bocca è sottile ma non godibile appieno, penalizzata dalla conservazione. SV

Fiano di Avellino 2005 Colli di Lapio. Palesi le note di ossidazione, che coprono l’olfatto e il palato. SV 
Fiano di Avellino Cupo 2005 Pietracupa. Anche qui la componente ossidativa nasconde il meglio, che si intravede in una buona lunghezza protratta da una freschezza ancora viva, ma a sostegno di un frutto ormai degradato. SV

wpid-20150722_000137.jpg

Chiudo ringraziando gli amici Pico, Matteo e Simone che hanno attivamente collaborato alla felice riuscita della serata, ed i partecipanti per l’interesse mostrato, per la positiva interazione e per il produttivo scambio di opinioni.

Un grazie esteso a tutti i produttori che abbiamo preso in gioco, consapevoli che una bottiglia non sarà mai rappresentazione assoluta del loro lavoro, ma felici di continuare a conoscere e provare vini che sanno davvero offrire ottime bevute e regalare, nelle migliori versioni, emozioni da ricordare e condividere.

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